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mercoledì 24 dicembre 2014

Calende 2014: Dicembre


Eccoci giunti alla fine del nostro percorso alla riscoperta dell'antica tradizione rurale delle calende crescenti o ascendenti.
Ci siamo ancora una volta divertiti a monitorare il meteo dell'Etna in questi dodici giorni, nella speranza che il lettore si sia divertito con noi.

Nelle calende crescenti, il 24 di dicembre costituisce l'ultimo mese.

L'Etna si è presentato per tutta la giornata sgombro di nuvole, baciato da un magnifico sole, il quale però ha mantenuto temperature davvero molto basse.

Dicembre sarà quindi caratterizzato da sole e freddo.

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Auguriamo quindi un Natale intenso e gioioso ai nostri lettori, concludendo così il nostro pronostico.
E chissà che non ci si azzecchi!

I riti del Natale e 'u Prisebbi

Presepe siciliano (prop. Bongiorno).
Di recente abbiamo raccontato le tradizioni e le origini della cona, l'edicola votiva addobbata per le festività natalizie che raccolse usanze arcaiche salvo poi disperdersi ai nostri tempi, soffocate da riti e trazioni non nostre.
Mestieranti. Particolare.
Un rito un po' più difficile da soffocare è quello del Presepe, sebbene abbia quasi del tutto perso le usanze che lo caratterizzavano.

Le origini del Presepe vuole la tradizione che fossero opera di San Francesco, che a Greccio imbastì una scena teatrale rappresentante la Natività. Si racconta che il bambinello, rappresentato da un bambolotto, preso in braccio dal santo poverello divenne agli occhi di tutti il vero Bambino Gesù. Da qui sarebbero stati poi i francescani a diffondere per il mondo l'usanza di ricostruire l'evento.
Il lavoro nei campi. Particolare.
La realtà potrebbe essere diversa e il Presepe potrebbe avere origini ben più antiche. Lo stesso nome, che significherebbe "davanti al recinto", tradirebbe il legame con le festività romane del periodo del solstizio d'inverno: come per la cona infatti, il Presepe trarrebbe le sue origini dai Saturnalia, le festività religiose di fine anno in cui si commemoravano i defunti.
Avveniva in questo periodo lo scambio di figurine in terracotta rappresentanti i propri estinti, divenuti larii (spiriti benevoli), riposti alla base dell'edicola votiva (il larario) dove veniva allestita la riproduzione di una scena bucolica e dove si offriva del cibo agli antenati. Gli antenati avrebbero ricambiato proteggendo la famiglia dalla cattiva sorte e allontanando i pericoli che l'avrebbero potuta minacciare nel nuovo anno. La traduzione cristiana dei culti romani avrebbe portato ai primi presepi, allacciandosi al culto della Natività, della cui presenza abbiamo notizia certa a partire dal II secolo.
Puddaru e nassi. Particolare.
Ma è nel 1025 che si ha la prima notizia di un presepe vero e proprio, presso l'omonima chiesa partenopea. Quello accennato nel carteggio sarebbe il più antico presepe documentato.
I primi presepi cristiani apparentemente erano piuttosto semplici e prevedevano quasi esclusivamente la mangiatoia (donde il nome) e la Sacra Famiglia e solo il tempo avrebbe riempito la scena di figure sempre più numerose. Tuttavia nel presepe napoletano appaiono figure che si vuole derivino da figure classiche, come Cicci Bacco o la meretrice che gli fa compagnia, ed esistono tradizioni che affondano le radici nei culti pagani, come per esempio i dodici mercanti che rappresentano i mesi (in realtà maggio può prevedere due venditori, marito e moglie, aumentando il numero a tredici), il che potrebbe celare una certa complessità del rituale sin dalle più antiche forme del genere.
Presepe artistico (prop. Alessi).
I presepi assunsero comunque sin da subito una valenza sacra ed erano inizialmente prerogativa delle chiese, solitamente di culto mariano. Era infatti prevista un'intera cappella dove la rappresentazione della Natività rimaneva allestita tutto l'anno (si dovrebbe all'ordine degli scolopi di Napoli l'invenzione del presepe smontabile nel 1627). Piano alla volta il presepe si sarebbe diffuso prima alle case dei nobili e in seguito anche in quelle popolane, arricchendosi di connotazioni sempre più laiche e sfumandone il valore sacro.
Il presepe siciliano, chiamato prisebbi o prisebbio, mantenne alcune tipicità delle origini arcaiche e fino a non troppo tempo fa se ne rispettava anche la valenza religiosa. Un'usanza tipica era quella di regalare figurine di pastorelli ai bambini per Natale o, nelle famiglie meno abbienti, economici calchi da stampini (che finivano per essere mancanti della parte posteriore, analogamente agli ex voto fittili seriali di età arcaica), ed i piccoli si precipitavano subito a porle nel presepe allestito; prima di inserirle nella scena rappresentata era però d'obbligo farsi il segno della croce, in quanto si stava alterando un episodio sacro. Il gesto ripercorre fedelmente quanto avveniva con i lares familiares durante i Sigillaria, le feste saturnali da cui si sarebbero attinte gran parte delle tradizioni natalizie cristiane.
'U scantatu da' stidda, Particolare.
Nottetempo erano gli adulti ad alterare la disposizione delle figurine, spostando pastorelli, magi e contadini affinché l'indomani i bambini avessero la percezione che il presepe fosse vivo; tale attività era svolta recitando litanie e facendosi ancora una volta il segno della croce, affinché l'alterazione del Presepe fosse benedetto dalla preghiera.
La notte della Vigilia si esponeva finalmente il Bambino Gesù, fino a quel momento tenuto nascosto, rappresentando così la sua nascita reale. La magia del presepe era tanto sentita che in quello napoletano esiste persino una figura, quella del pastorello dormiente chiamata Benino (il celebre canto natalizio siciliano "Susi Pasturi" sarebbe rivolto a lui), che si racconta sia lui a sognare il presepe stesso e pertanto non debba mai essere svegliato altrimenti scomparirebbe tutto.
Nel presepe siciliano appare la magica figura dello Zo' Enneru, il vecchio Gennaio, che si riscalda al focolaio e col fuoco riscalda anche il Bambin Gesù. Esso incarna lo spirito dell'anno morente che cede il passo al sole nuovo, il Sol Invictus che nasceva nel solstizio d'inverno. Esiste anche la figura di interazione tra gli avvenimenti del presepe e la dimensione del reale: lo Scantatu o Spaventatu da' Stidda. La tradizione vuole che un pastore fu svegliato dal bagliore della cometa e che fu costui a indicare la via ai Re Magi; nella tradizione siciliana questo pastorello, abbacinato e intimorito indica sì la cometa, ma per gli spettatori del presepe, verso cui si agita.
Chiesa ipogea di Santa Maria di Betlemme, Catania.
La tradizione siciliana è dunque anch'essa antica e ricca di sacralità storicizzata. La più antica traccia di culto della Natività pervenuta si trova a Catania, nel cuore della fiera, al di sotto di una chiesupola abbastanza anonima e semi-offuscata da certa pessima edilizia novecentesca. Si tratta della chiesa ipogea di Santa Maria alle Grotte, già Santa Maria di Betlemme, cui si accede da una scaletta al centro della navata di San Gaetano La Grotta. Il piccolo e raccolto ambiente tradisce una origine paleocristiana nella presenza di elementi caratteristici come l'arcosolio, la falsa finestra, tracce dell'iconostasi e la vasca battesimale dove si effettuava il battesimo per immersione. Sopra l'altare tracce labili di affreschi che si daterebbero a poco oltre il 262 rappresentano la Madonna col Bambino, mentre lungo la scala scene di ambienti agresti e figure di pastorelli confermano il legame tra questa chiesa e il culto del Presepe.
Affresco della Natività, Particolare.
In Sicilia le rappresentazioni tridimensionali però erano eseguite con materiali deperibili (legno, cera), così sono rarissimi i resti dei più antichi presepi. Le opere pervenute sono certamente quelle in materiale non facilmente deperibile, come le pietre dure. Apparterrebbe alla fine del Trecento l'Adorazione dei Pastori (nota come Lunetta Berlon) presso la chiesa di Santa Maria di Betlemme a Modica che pur trattandosi del bassorilievo della lunetta di un perduto portale testimonia la venerazione della Natività verso la fine del Medioevo. Viene datata al 1494 la più antica Natività certa pervenuta, opera marmorea di Andrea Mancino per la chiesa dell'Annunziata a Termini Imerese e appartenente al filone gaginesco.
Pastorello. Particolare.
Al 1576 è datato il presepe della San Bartolomeo di Scicli, di scuola napoletana. Nel XVII secolo si diffonde il presepe in miniatura entro teche di vetro (Scaffalate). Questo accorgimento ha permesso ad alcuni artistici presepi delicati di sopravvivere al tempo: i materiali sono legno, cera e stoffa per i personaggi, pietra e materiale organico per i paesaggi, impreziositi dall'aggiunta di elementi in avorio, oro, argento e pietre preziose. La più vasta raccolta di presepi in teca si deve ad Antonino Uccello ed è visitabile nel museo intitolatogli a Palazzolo Acreide. Nella ceroplastica va ricordato tra gli artisti più talentuosi l'abate siracusano Gaetano Zummo, più famoso per le inquietanti riproduzioni sul tema della peste, che per le sue opere presepali.

Scaffalata nella Casa-Museo Antonino Uccello.
Il XVIII secolo è il periodo di maggior specializzazione dei maestri presepari: accanto alle opere tradizionali in legno e cera, si sviluppano opere in materiali preziosi. Tra i più delicati e preziosi spiccano i presepi in corallo, magnifiche opere di bottega trapanese del XVIII secolo, in cui gli stessi personaggi sono scolpiti nel prezioso materiale ed è al Museo Pepoli di Trapani la più vasta collezione di tali presepi, dove sono esposte opere di bottega del maestro Giuseppe Tipa e famiglia.
Ma la committenza non era solo quella nobile e ricca, così si diffondono anche i presepi in materiali più umili, ma ugualmente di elevata fattura, come la tecnica del "tela e colla" attribuita al trapanese Giovanni Matera, costituente nell'applicare sulle figurine in legno semplici frammenti di stoffa fissandoli con colla e gesso, imitando così le vesti. Al Matera si ispirò Giacomo Bongiovanni, maestro di Caltagirone, che seppe riprodurre la delicatezza della stoffa con l'argilla, lavorata con maestria fino ad ottenere sottilissime vesti da applicare sulle figure nude. Assieme alla bottega di Bongiovanni si aprì quella del nipote Giuseppe Vaccaro, le quali dettarono l'arte popolare siciliana della fine del Settecento portandola nel nuovo secolo, al punto da imporre il titolo di "città dei Presepi" alla nativa Caltagirone.
Il solachianello di Giacomo Bongiovanni (FONTE).
Uno dei più celebri presepi, infine, è quello settecentesco allestito perennemente nella grotta della cappella della Madonna dei Raccomandati di Acireale (oggi Madonna delle Neve), ad opera di padre Mariano Valerio che nel 1741 si rifugiò nella spelonca insieme ad alcuni confratelli a seguito di un improvviso acquazzone. Undici anni dopo il presepe si poté inaugurare, mentre fu arricchito ulteriormente nel 1812. Il tempo di realizzazione fu tanto lungo a causa dei dettagli e delle rifiniture, interamente artigianali, dei personaggi, realizzati a grandezza reale con un'anima di paglia e ferro, volti e mani in cera, abiti di stoffa e veri capelli.
Presepe settecentesco, Acireale (FONTE).
Il presepe siciliano ha quindi una ricca varietà di stili e di forme, nobili e ricercati nel Settecento, dovuta ad una antica e mai studiata origine, conosce anche artisti di gran fama che si cimentarono nella produzione delle figure presepali.
Re Magio. Particolare (FONTE).
Il mantenimento di usanze e rituali apparentemente derivate dalle Sigillaria è un indice di notevole arcaicità della tradizione, che trova nei lares familiares il diretto riferimento, esattamente per come avvenne con le cone. E il legame tra le due forme di culto natalizio non si esaurisce qui: era usanza infatti circondare di cibo anche il prisebbi, nonché recitarvi novene e cantarvi nannareddi (ninne nanne per il Bambino Gesù) e cori natalizi. Usanze sostituite dai CD pre-registrati che suonano sempre più spesso melodie in lingua inglese piuttosto che tratte dal ricchissimo repertorio siciliano, nonostante l'elevata qualità musicale di alcuni brani tra i più poetici prodotti dalla tradizione popolare.

Fa' la 'o, canto popolare natalizio di anonimo, eseguito dal Duo Triquetra (2014).

martedì 23 dicembre 2014

Calende 2014: Novembre


Le calende, un antico metodo per prevedere l'andamento meteorologico dell'anno che sarebbe venuto. Un metodo antico e quanto mai variegato, a seconda della regione geografica in cui si effettuava il pronostico. Un metodo che traeva spunto dalle osservazioni dell'andamento del sole, del suo decrescere e del suo improvviso crescere, nonché dal suo effetto sulle piante delle stagioni che sarebbero seguite. Un metodo antico e certamente di origine contadina, poiché capendo che tempo riservava il futuro si sarebbero potuti organizzare i dissodamenti del terreno, le semine, la quantità di acqua da riservare al raccolto, le messi. E sintetizzava bene la filastrocca ionica "Ciclopu cha veni da' marina, posa 'a zappa e vo' simìna, Ciclopu cha scinni da' muntagna, pigghia 'a zappa e vo' varagna", dove il "Ciclope" era il sole, il cui moto apparente procedeva da est dettava la semina, mentre se procedeva da ovest decideva il momento per raccogliere e vendere il raccolto.
Questo sistema è sopravvissuto ai secoli e alle culture dominanti, resistendo nella tradizione e nelle usanze popolari a lungo pur con i cambi generazionali. Almeno, fino all'invenzione del mercato globale, della produzione fuori stagione, della pretesa di benessere e via via con l'abbandono del legame tra l'Uomo e la Terra che con i suoi cicli stagionali influenzava e condizionava l'esistenza ogni anno. Così oggi è quasi del tutto scomparsa questa tradizione e certamente non è più d'uso per organizzare per tempo l'anno rurale. Anche noi ci siamo cimentati in questa attività, anche noi solo per la curiosità e per diletto, certamente non per stabilire semine e raccolti. Tuttavia anche quest'anno ci siamo divertiti con il lettore ancora una volta a pronosticare il meteo del nuovo anno e ormai stiamo per concludere questo lungo e piacevole percorso.

Infatti, secondo il sistema da noi scelto, quello delle calende ascendenti (dal 13 al 24 corrente mese), il 23 di dicembre costituisce il mese di novembre.

E questa giornata si è presentata totalmente libera da nuvole fino all'ultimo. L'Etna era sgombra di nubi, anche se l'umidità si è percepita in forma di un abbassamento notevole delle temperature, perlomeno rispetto ai giorni passati.

Ci aspetta per novembre un mese di sole e freddo, con qualche possibilità di foschia poco durevole, ma in prevalenza sereno.

lunedì 22 dicembre 2014

Calende 2014: Ottobre


Puntualmente ecco il nostro pronostico meteorologico per il nuovo anno, seguendo l'antico metodo delle calende ascendenti. Abbiamo scritto tanto su questo metodo e sulla sua origine arcaica legata alle osservazioni del solstizio d'inverno che, per la cronaca, è avvenuto durante la notte precedente a questo articolo, tra il 21 e il 22 di dicembre. Oggi è dunque il primo giorno meno corto, il vero primo giorno del nuovo ciclo solare, primo dell'anno reale, ma non coincide con il cambio di anno ufficiale, da secoli fissato la notte del 31 di dicembre. Pertanto auguriamo ai nostri lettori un radioso nuovo ciclo solare, sebbene in anticipo tanto sul Natale quanto sul primo giorno del 2015.
Il nostro percorso ci ha portati ad analizzare la giornata per pronosticare il primo mese del tutto autunnale del prossimo anno.

Stando alle calende crescenti infatti, il 22 di dicembre corrisponde al mese di ottobre.

La giornata sull'Etna  è iniziata dolcemente, con un piacevole sole, incapace però di scaldare l'aria. A metà mattinata le nuvole si sono addensate, coprendo interamente il cielo intorno al primissimo pomeriggio concludendo con un secondo pomeriggio decisamente plumbeo e offuscato da una fitta nebbia.

Ottobre non deluderà la tipicità stagionale, presentando sole la prima settimana, sostituito da cielo coperto e nebbia a partire da metà mese, con possibilità di locali precipitazioni.

domenica 21 dicembre 2014

Calende 2014: Settembre


Il nostro percorso fatto di pronostici arcaici secondo la tradizione delle calende crescenti si appresta alla fine. Le calende, fortemente condizionate dal ritmo delle stagioni dettato dal nostro sole, conoscono tante sfumature diverse a seconda della regione del mondo in cui vengono praticate. Così nei paesi più freddi sono i primi dodici giorni dell'anno a stabilire che tempo farà per gli altri 353 o 354 dì, mentre in Sicilia e nel Mediterraneo si considerano più diffusamente i dodici giorni compresi tra il 13 e il 24 di dicembre. Esistono anche i confronti con le calende decrescenti, le quali appunto rappresentano i mesi dell'anno nuovo a decrescere, da dicembre a gennaio attraverso i dodici giorni compresi tra Santo Stefano e l'Epifania. Ma esiste ancora un ulteriore confronto, con il 25 di gennaio, giorno della conversione di San Paolo Apostolo. In questa data si considerano le singole ore quali sinonimo dell'anno in corso, chiaramente delle dodici ore di luce, dalle 6:00 alle 18:00. Ogni ora un mese. Questo sistema, sostiene chi lo pratica, sarebbe il più affidabile. Tuttavia, concentrando tutto il meteo di un mese in una sola ora si rischia che il pronostico non sia del tutto preciso, ma tenda a generalizzare un po' troppo (a metà anno, pioggia battente, nel primo quarto vento etc etc). Il sistema che abbiamo scelto di seguire si basa sulla semplice osservazione del tempo durante le calende ascendenti o crescenti.

Secondo questo sistema, il 21 dicembre corrisponde al mese di settembre.

Ma non solo.

Il 21 di dicembre - nel 2014 comunque - cade il solstizio d'inverno. si tratta di un giorno importante per il rapporto tra il Sole e la Terra, in quanto in questa data vi è la minore inclinazione dei raggi solari rispetto al pianeta, causando un effetto visivo molto singolare: l'astro appare molto basso all'orizzonte. Nel solstizio invernale si rinnova il ciclo annuale terrestre e nelle culture più antiche si riteneva che il sole morisse per risorgere. Per questo in tale occasione si ornavano le abitazioni e i santuari con piante dal ruolo apotropaico, in modo da allontanare qualsiasi energia negativa affinché il nuovo anno iniziasse nel migliore degli auspici; la festa era chiamata presso i Romani Sol Invictus, il sole imbattuto. In sintesi, il 21 di dicembre è il vero Capodanno. Per questioni pratiche si canonizzò la data delle festività non più in un giorno mobile, ma ad una data fissa, il 25 di dicembre, giorno ereditato dalla cultura e dalla tradizione cristiana occidentale simboleggiando così insieme il Sole che rinasce e il Natale di Gesù, l'incarnazione di Dio sulla Terra.

Nel 2014 per l'Italia il sole sarà più prossimo all'orizzonte intorno alle 00:03 del 22 dicembre, pertanto non sarà possibile apprezzare il curioso fenomeno del solstizio, ossia vedere il Sole apparentemente immobile all'orizzonte (fenomeno ottico dovuto alla diversa inclinazione della Terra), tuttavia sarà possibile apprezzare la durata della notte, la più lunga dell'anno. Dalla notte seguente infatti il sole illuminerà sempre più spesso le ore del giorno, fenomeno che impressionò facilmente le culture più arcaiche, anche e soprattutto per via degli effetti che tale condizione di alternanza luce/buio aveva sulla crescita e sullo sviluppo delle piante, da cui le civiltà contadine dipendevano.

In questa giornata abbiamo potuto osservare una bella giornata per tutto il mattino, sebbene le temperature sono andate scemando. A metà giornata cupe nubi da nord hanno coperto il cielo amplificando la percezione del freddo a causa dell'elevata umidità.

Ne deriva che settembre, secondo le calende, sarà caratterizzato dal sole per la prima metà del mese, mentre nella seconda sarà in prevalenza coperto e umido.

Calende 2014: Agosto


La nostra lunga serie di articoli dedicati alle calende dell'Etna è giunto ormai all'ottavo appuntamento. Le calende che abbiamo scelto di seguire sono le più semplici, basandosi sull'osservazione atmosferica dei dodici giorni da Santa Lucia alla Vigilia del Natale. Ognuno di questi giorni rappresenterebbe il cielo del mese corrispondente. Il legame tra la semplice osservazione empirica e le reazioni del regno vegetale alle variazioni del sole durante l'anno è piuttosto complesso e ha permesso alle culture agricole la creazione di sistemi anche piuttosto sofisticati di prevedere il tempo che il nuovo anno avrebbe portato con sé. In questo procedimento un ruolo da padrone lo costituiva il solstizio d'inverno, quando cioè il sole raggiungeva il punto più basso all'orizzonte durante il mezzogiorno, nel suo moto apparente. Uno dei calcoli più complessi a seconda della cultura che lo applicava era il confronto tra calende crescenti (dal 13 al 24 dicembre) e calende decrescenti (dal 26 dicembre al 6 gennaio) e, ancora, tra queste due e San Paolo, ossia le condizioni meteorologiche del 25 gennaio, confronto che avrebbe dato il responso definitivo per tutto il nuovo anno.

Ma abbiamo deciso di seguire il metodo delle sole calende crescenti, secondo cui il 20 di dicembre coincide con agosto.

La giornata si è presentata soleggiata sin dal mattino e le scarse nubi non hanno minacciato di alterare nemmeno minimamente il clima sereno. Una punta di umidità ha acuito leggermente la percezione delle temperature, le quali erano comunque più alte della media dicembrina. venti deboli e solo localmente percepibili.

Agosto sarà pertanto un mese di sole, accompagnato dalla percezione di maggior caldo per via dell'umidità che porterà un innalzamento delle temperature percepite sebbene non molto rispetto alla media stagionale.

venerdì 19 dicembre 2014

Calende 2014: Luglio


Ecco un altro pronostico, forse uno dei più attesi, per le condizioni meteorologiche del nuovo anno, seguendo l'antica tradizione delle calende ascendenti, un sistema della civiltà contadina atto a predire gli eventi atmosferici dell'anno che sarebbe seguito. Alle calende ascendenti poteva seguire il ciclo, anche questo di dodici giorni corrispondenti ai rispettivi mesi, delle calende discendenti o decrescenti, che dal 26 dicembre al 6 gennaio verificavano il procedere delle giornate, pronosticando i rispettivi mesi, dall'ultimo al primo. Chiaramente il 25 di dicembre era dedicato alle riflessioni intime del Natale. Per tale data non era possibile alcuna attività scaramantica, di preveggenza o altro, poiché era considerata sacra, era il giorno santo per eccellenza, prima dell'assurda supremazia del dio denaro e del capitalismo suo profeta. Vi è da aggiungere che per il 25 dicembre avveniva ufficialmente (ma non avviene realmente) il solstizio invernale, il momento cioè in cui il sole apparentemente raggiunge il punto più vicino all'orizzonte durante il mezzogiorno. In realtà l'avvenimento cade orientativamente nei giorni intorno al 21 (come accadrà per quest'anno, alle ore 23:03 UTC, corrispondenti alle 00:03 italiane), ma nel tempo venne canonizzata la data al 25. L'indomani il moto apparente del sole lo fa "salire" all'orizzonte sempre di più, fenomeno variamente interpretato dalle culture di tutto il mondo e che chiaramente influisce sulle piante che effettuano la fotosintesi. Osservando il comportamento delle piante, le popolazioni agricole svilupparono complessi sistemi di calcolo per far sì che le coltivazioni fossero produttive. Uno dei sistemi più semplici e rimasto vivo ancora oggi sono appunto le calende ascendenti o crescenti.

Stando a questo sistema, il 19 di dicembre coincide con il mese di luglio.

Abbiamo verificato le condizioni meteorologiche dell'Etna per tale data. Il cielo è rimasto sgombro per buona parte della mattinata, subendo una quasi improvvisa copertura verso la seconda metà. La copertura ha comportato nebbia anche a quote un po' basse (mille metri circa), diradandosi solo verso il primo pomeriggio per poi regalare una magnifica serata totalmente sgombra da nuvole. Venti moderati o deboli, tasso di umidità elevato, temperature di lieve superiori alle medie dicembrine.

Buone notizie per chi si aspetta un'estate calda. Sebbene non di molto, luglio sarà caldo, sereno, con una condensazione dell'umidità e relativa percezione di afa a metà mese.

giovedì 18 dicembre 2014

Calende 2014: Giugno


Prosegue ancora il nostro lungo pronostico per il nuovo anno. Ogni giorno un mese, secondo l'antico sistema delle calende ascendenti. Presso le campagne ioniche era piuttosto diffuso confrontare quelle ascendenti con le discendenti, quelle cioè che a differenza delle prime considerava il meteo dei mesi seguenti a decrescere, dall'ultimo (dicembre) al primo (gennaio) rispettivamente nei dodici giorni compresi tra Santo Stefano e l'Epifania. Questo secondo calcolo dava una maggiore approssimazione del metodo ascendente, assai più sbrigativo, e stando ai contadini del posto avevano anche maggiore credibilità: se per il febbraio delle crescenti, per esempio, il tempo era buono, mentre le decrescenti presagivano cattivo tempo, febbraio si sarebbe presentato piovoso. Per comodità tanto del lettore, quanto di elaborazione dei pronostici, abbiamo invece preferito seguire il calcolo delle crescenti, senza aggiungere quindi il confronto con le decrescenti, lasciando però al lettore la possibilità di cimentarsi in questo divertente pronostico.

Secondo il calcolo che abbiamo deciso di effettuare, il 18 dicembre coincide con il mese di giugno.

La giornata sull'Etna è iniziata nel migliore degli auspici, pur con una punta di freddo che rientrava comunque nella media dicembrina. Il vento non ha avuto lo stesso impeto dei giorni passati, mentre va registrato un aumento dell'umidità a partire dalla seconda mattinata. Il sole ha rischiarato il cielo per buona parte del mattino fino a quasi metà giornata, quando minacciose nubi hanno infine prevalso nel primo pomeriggio. La giornata si chiude dunque coperta, ma senza precipitazioni.

Per il mese di giugno pertanto è previsto sole per la prima settimana, con qualche addensamento verso la fine della seconda. Da metà mese il cielo sarà coperto e umido: le temperature nella norma fanno presagire la possibile formazione di cappa afosa.

mercoledì 17 dicembre 2014

Calende 2014: Maggio


La nostra avventura di sciogghiri i carennuli continua, analizzando il meteo dell'Etna, trascrivendolo e trasportandolo per il nuovo anno. Il meteo dei dodici giorni tra il 13 e il 24 di dicembre coinciderebbe, secondo le usanze contadine, al meteo dei dodici mesi successivi. Questo metodo, per nulla scientifico, non è per nulla impegnativo e diverte e, nonostante gli scetticismi, funziona persino. Al conteggio dei dodici giorni possono seguire le calende discendenti, che vanno dal 26 dicembre al 6 gennaio e, come dice la stessa parola, funzionano a ritroso: il 26 prevede dicembre, il 27 novembre, il 28 ottobre e così via, fino all'Epifania (la rivelazione al mondo). La media tra le due calende avrebbe un esito più accurato delle sole calende ascendenti, quelle che per comodità del lettore ci limiteremo ad osservare.

Sulla base del sistema osservato, quindi, il 17 dicembre coincide con il mese di maggio.

La giornata di oggi è stata capricciosa, sull'Etna. Dalla pioggia della primissima mattinata al sole freddo intorno alle prime ore dopo l'alba. A metà giornata pioggia e cielo coperto, salvo poi una schiarita non duratura nel primo pomeriggio, seguita da uno spruzzo di neve e, infine, un piacevole sole privo di nuvole. L'umidità è stata preponderante e costante, mentre il vento freddo ha mantenuto basse le temperature per diverse parti del giorno.

Il mese di maggio è quindi variabile, con precipitazioni maggiori a metà mese, qualche ampia schiarita verso la fine e possibilità di neve. Vento e umido per tutto il mese.

La cona e i riti del Natale

Una tradizione affascinante e per nulla scontata è quella delle cone.

Cona è un termine dialettale che si va perdendo, insieme ai rituali connessi, nonostante l'antica e resistente origine. E lo stesso termine tanto dialettale non è, o perlomeno nasconde un'origine nobile, pur dispersa nel tempo.
Spieghiamo brevemente per chi venisse per la prima volta a conoscenza di questo termine, cosa si intende(va) per cona in Sicilia.

Cona della Sacra Famiglia su via Penninello.
Le cone sono gli altarini che venivano eretti sulle facciate dei palazzi, in particolare presso gli angoli degli stessi, in prossimità degli incroci.

La presenza di altari a proteggere le strade e i viandanti non è storia recente, ma si perde nelle origini greche della cultura siciliana. Gli incroci, da che esistono le città, sono sempre stati considerati punti delicati e pericolosi, dove poteva accadere di tutto. Tralasciando i significati escatologici e il simbolismo legato alla croce in sé (per esempio, è di cattivo auspicio incrociare le braccia quando quattro persone si stringono le mani), è interessante notare come già prima del traffico si ritenesse che gli dèi protettori dovessero guardare questi punti della città. Una sorta di “semaforo rosso” contro le avversità. Tale usanza si mantiene durante la dominazione romana, che anzi sembra particolarmente interessata a diffonderla, sovrapponendo i larari ai santuari greci.
Santuario in un incrocio a Megara Hyblea.
I larari erano essenzialmente edicole votive, non dissimili da quanto oggi è ancora visibile, in cui veniva alloggiata una immagine che rappresentasse i lari, ossia gli spiriti dei defunti del familiare che costruì l'edicola, persone buone che assumevano un ruolo apotropaico dopo la morte. Nel caso specifico degli incroci si definivano lares compitales, ma i più diffusi si trovavano all'interno delle singole abitazioni (lares familiares), dove è plausibile che vi si custodissero originariamente le ceneri dei propri cari.

Presso i larari avveniva il celebre scambio di doni chiamato Sigillaria, che cadeva per il 20 di dicembre e secondo molti studiosi la radice della simile tradizione natalizia, in quanto per tale occasione ci si scambiavano statuine rappresentanti i defunti lari in ceramica sigillata, donde il nome. Bisogna aggiungere che dicembre era il mese dei saturnali, delle feste legate a Saturno, dio del tempo, cui si offrivano di fiammelle simboliche, non dissimili dai ceri funebri in uso nella cultura cristiana.

Cona di San Francesco e l'Immacolata, via Crociferi.
La cultura cristiana non solo assorbe i larari, ma li riveste di grande importanza, tanto religiosa quanto sociale, tanto storica quanto artistica. Nel culto orientale si diffonde all'interno delle edicole votive l'immagine dipinta, che prende il nome di εἰκών, da cui la latinizzazione in icona. Appare ora chiara l'origine culturale ed etimologica della cona siciliana, per aferesi l'icona perse l'iniziale, mantenendone però significato e scopo. Ma la tradizione è ben più complessa e così attorno alla cona esistono altre peculiarità, concentrate nel periodo natalizio, nel mese che fu delle saturnali.

Le cone siciliane, come anticipavamo, si possono ritrovare in prevalenza presso gli angoli degli edifici in prossimità degli incroci, proprio come quei lares compitales di antica origine.
Cona mariana datata dicembre 1833, via Vittorio Emanuele.
Le immagini rappresentate, chiaramente, appartengono all'iconografica agiografica cristiana, con una netta prevalenza della Sacra Famiglia sulle altre. Va detto che in età medioevale a Catania era forse la Madonna delle Grazie l'immagine più diffusa a livello popolare, gradatamente sostituita dalla figura di Sant'Agata. L'edicola dedicata alla Sacra Famiglia deve probabilmente la sua diffusione all'ordine dei Francescani, i quali perseguirono la tradizione iniziata dal loro fondatore: il Presepe di Greccio. Tale rappresentazione era quella popolarmente più importante durante il mese di dicembre, poiché veniva improvvisamente rivestita di una sacralità delicata ed intima per il culto del Natale. I culti svolti erano molteplici, così dovremo cercare di descriverli nel loro ordine cronologico, per meglio chiarirne la dinamica.

Cona in via Ferro Fabiani, Canalicchio.
Tutto aveva inizio per Santa Lucia, il 13 dicembre, giorno magico per eccellenza, legato al culto della luce (che da tale data al solstizio invernale accelerava la sua diminuzione). Abbiamo già trattato di come tale data fosse importante per la civiltà contadina, ma anche la civiltà cittadina sfruttava il giorno per i suoi rituali. Il 13 infatti si procedeva a cunzari la cona, ossia addobbare l'edicola della Sacra Famiglia con piante specifiche che popolarmente si riteneva scacciassero il male. Come le piante saturnali, quali l'abete o il pungitopo, che con le loro spine tenevano lontani gli spiriti maligni permettendo al nuovo sole di emergere e risplendere sano. Tra queste la sparacogna, termine dialettale che indica i rami dell'asparago, viene ereditata dai culti popolari e diventa simbolicamente la rutta, la Grotta del Presepe. Sulla sparacogna in epoche un po' più recenti venivano gettate piccole porzioni di cuttuni sciusu, il cotone idrofilo, a simulare la neve, mentre alla base venivano fatte le offerte di cibo della frutta di stagione: melagrane, fichi, uva, pinoli (già presenti nei rituali romani) e in epoche più recenti gli agrumi. La frutta, posta alla base dell'edicola dentro cesti in vimini intrecciati a mano (panari) secondo il rito veniva rivestita dall'aura del Sacro, secondo un processo che in culture più lontane e antiche si definisce Prasad. Il panaro invece rammenta egregiamente il mito della cornucopia, simbolo di ricchezza e di abbondanza.

Piazza Giuseppe Sciuti, già Chianu di l'Orvi.
Ad un paio di giorni iniziavano le novene. La novena è il ripetere nove volte un rito, in prevalenza una litania, un canto, una preghiera. I nove giorni che anticipano il Natale (dal 16 al 24 dicembre) iniziavano con un rituale ormai praticamente dimenticato: l'accensione del cero. Ogni mattina, veniva posta una candela bianca per otto giorni di fila, per la Vigilia si accendeva l'ultima candela che era invece di colore rosso. La simbologia vede nelle nove candele la gestazione di Maria, conclusa nel sangue del parto, dovuta alla sua verginità. Un rito certamente affascinante, che però si trova oggi a non essere del tutto compreso dai pochi che ancora lo compiono.
La sera un'altra novena certamente più famosa era quella musicale. Gruppi di musicisti si riunivano a cantare inni al Bambin Gesù, chiedendo “maccaruna e vinu” alla padrona di casa. Dalle campagne, affrontando i pericoli della campagna di notte e camminando per centinaia di chilometri, giungevano i ciaramiddari (zampognari), pastori con le loro ciaramedde. Catania conosce un'usanza deliziosa: la nuvena di l'ovvi, la novena dei ciechi.
Cona della Sacra Famiglia, via Crociferi.
I non vedenti si riunivano in piazza Sciuti, una piazzetta quadrata oggi umiliata da un parcheggio nei pressi della Fiera, chiamata un tempo Chianu di l'Ovvi, piano degli orbi. Questi recitavano rosari e cantavano inni natalizi con profondo senso religioso, ma non essendo definibili dei latinisti e complice qualche bicchiere di vino in più, al momento della corona pronunciavano per come meglio riuscivano ad intendere i passi originali, con i risultati tra i più incredibili. Così la Turris Eburnea diventava Turi s'abbunnia (Salvatore abbonda), Regina sine labe concepta diventava Riggina sinza lampi e sinza trona (Regina senza lampi e senza tuoni), Mater inviolata diventava Matri minnulata (Madre mandorlata)...

Da un paio di anni l'Herborarium Museum e
l'Associazione Stelle e Ambiente vi allestiscono
il conzo della Cona (FONTE).
Alla fine del rito natalizio, “nato” il Santo Bambino, si ridistribuiva il cibo ospite dell'edicola, che era adesso benedetto. Spesso ognuno prendeva per sé, magari impedendo agli altri di prendere la propria parte. Così ancora oggi, quando una persona appare particolarmente ingorda, fa ancora parte dei nostri modi di dire l'espressione “calarisi 'na cona, inteso propriamente come “divorarsi (il paniere di) una edicola” o talora, ma sempre più raro, “calarisi 'na vigna e 'na cona”.


L'importanza delle edicole votive era quindi fondamentale nel quotidiano, ma in particolar modo durante le festività natalizie, una importanza che si è persa con l'assorbimento di elementi globalizzati e pertinenti ad una cultura di tipo capitalistico che mancano di quel fascino che solo i costumi popolari sanno evocare.

martedì 16 dicembre 2014

Calende 2014: Aprile


Continua il nostro pronostico per il 2015, mediante le calende ascendenti, un antico sistema contadino che permetteva di conoscere in anticipo il meteo dell'anno seguente, per regolare le attività lavorative. Un sistema antico e per nulla scientifico, ma che, curiosamente, ha l'infallibilità delle tradizioni arcaiche. Un sistema che è sopravvissuto dai tempi più remoti ai giorni nostri, adattandosi alle culture e al clima di ogni parte del mondo. Le calende siciliane, note come carennuli, sono in prevalenza fissate nei dodici giorni che da Santa Lucia finiscono per la Vigilia di Natale, alternate con la doppia versione di calende ascendenti e discendenti, le quali invece che progressive, rappresentavano i mesi dall'ultimo al primo.

Il sistema che abbiamo deciso di seguire, per quest'anno, è quello delle calende ascendenti, secondo il quale il 16 dicembre corrisponde al mese di aprile.

La giornata non è iniziata nel migliore degli auspici per l'Etna: pioggia, vento e freddo l'hanno fatta da padrona fino alla seconda mattinata. Soltanto dopo la metà del giorno è uscito un bel sole, luminosissimo e sgombro di nubi, ma non forte da scaldare l'aria troppo umida e fredda. Il vento non ha cessato d sferzare l'aria. Non è di buon segno per la prima parte della bella stagione.

Il mese di aprile si presenterà quindi piovoso per la prima settimana e probabilmente anche per la prima parte della seconda. Schiarimenti a metà e sole freddo per il resto del mese, che rimarrà comunque ventoso. Possibilità di neve ad alta quota.

lunedì 15 dicembre 2014

Calende 2014: Marzo


Il terzo appuntamento con le calende crescenti preannuncia notevoli cambiamenti. Le calende crescenti, raccontavamo tempo fa, sono i dodici giorni che da Santa Lucia chiudono alla Vigilia del Natale. Dodici giorni equivalgono a dodici mesi, ogni giorno rappresenta il mese che verrà nell'anno che segue.

In base a questa usanza, il 15 di dicembre corrisponde al mese di marzo.

L'Etna quest'oggi è apparsa quasi sempre coperta, salvo ampie schiarite a metà giornata, mentre il cielo plumbeo ha lasciato poco spazio ai raggi solari. Il vento è stato debole o inesistente, ma in compenso l'umidità è stata notevole per tutto il giorno, con qualche precipitazione a fine giornata.

Marzo sarà pertanto in prevalenza coperto, con qualche schiarita dalla fine della seconda settimana, con possibilità di piogge verso la fine del mese; le temperature sono previste nella media stagionale, mentre l'umidità sarà maggiore ad inizio e fine mese.

domenica 14 dicembre 2014

Calende 2014: Febbraio


Eccoci come promesso al secondo appuntamento con le Calende, o carennuli.
Come precisavamo nel post precedente, abbiamo deciso di seguire la consueta tradizione delle calende ascendenti o crescenti, quelle cioè che iniziano per Santa Lucia (i cui falò annunciano le feste invernali) per concludere la Vigilia.

Secondo questo calcolo, il 14 di dicembre costituisce il mese di febbraio.

Il pronostico per febbraio 2015, pertanto, è piuttosto positivo. L'Etna è apparsa quasi tutto il giorno sgombra da nubi, sebbene in mattinata un vento relativamente agitato ha portato un'alito di freddo. Chiude la giornata quindi con poco vento, ma con un repentino abbassamento delle temperature.

Il mese di febbraio etneo è quindi tendenzialmente sereno, ventoso la prima parte del mese, pochi addensamenti di nubi e con temperature lievemente più alte della media stagionale.

sabato 13 dicembre 2014

Calende 2014: Gennaio


Dopo 12 mesi, di cui abbiamo previsto con poco margine di incertezza l'andamento atmosferico, torniamo a parlare della tradizione delle calende.
Le calende sono un fenomeno popolare legato alle aree rurali, piuttosto diffuse in Italia (e con non troppe differenze anche in tutto il globo) sebbene abbiano diverse sfumature da zona a zona. La necessità di prevedere il futuro, è chiaro, aiutava il contadino nel suo lavoro, così si stabiliva se la primavera fosse piovosa o secca, se ci si sarebbe dovuti aspettare un inverno rigido o se l'estate avrebbe potenzialmente causato l'inaridimento del terreno o viceversa se il calore non fosse a sufficienza da asciugare la terra. Per un mondo dove la vita della pianta era tutto, capire con anticipo quale il miglior periodo per "investire" nella semina poteva determinare anche la capacità di resistenza di una comunità di fronte alle avversità del tempo, non sempre regolare. Con la creazione delle serre e delle nuove tecniche (e tecnologie) agricole, oggi questi metodi appaiono certamente antiquati, tantopiù se consideriamo che non hanno validità scientifica.
Però, abbiamo avuto modo di dimostrare nei due anni passati, funzionano.

E pertanto siamo più che convinti che sia il caso di proseguire per questa divertente (e divertita) tradizione ed effettuare il nostro personale pronostico "etneo". Quest'anno con una novità: anziché aggiornare il post, pubblicheremo un articolo al giorno, corredato dalla puntuale fotografia del nostro splendido soggetto.

Dunque, secondo la tradizione che abbiamo deciso di seguire, quella cioè che segue il pronostico dal 13 al 24 dell'ultimo mese dell'anno, il 13 di dicembre costituisce il mese di gennaio.

L'Etna è sgombra di nubi, soleggiata e con poca neve. Sebbene vi sia stato freddo all'inizio della giornata, già nelle prime ore di luce ci si è potuti godere un bel sole. Il tasso di umidità è stato molto basso, aumentando lievemente solo verso fine giornata.

Il mese di gennaio sull'Etna, quindi, appare caldo, sereno e con un lieve picco di umidità a fine mese.

venerdì 5 dicembre 2014

Analisi di un portale

Nel 1762 si procedeva per la realizzazione della facciata della chiesa di Sant'Agata al Carcere, su progetto di Francesco Battaglia. Uno dei primi progetti per il prospetto fu il primo lavoro commissionato a Gianbattista Vaccarini, il quale diresse in seguito i lavori di sbancamento della facciata romanica della Cattedrale per il "rinnovo dello stile".

Facciata della chiesa del Sacro Carcere.
La facciata in realtà fu sfruttata per fare da scheletro alla nuova macchina scenica, mentre, come si era già prospettato, il portale originale venne risparmiato e conservato temporaneamente nel palazzo del senato in vista del suo inserimento nella chiesa del Carcere. La scelta non era simbolica, ma di prestigio: si trattava di uno dei maggiori monumenti della città scampato al sisma del 1693, l'ingresso principale della Cattedrale, uno degli elementi artistici più importanti dei secoli passati. La piccola chiesa del Carcere, che ottenne versando una cospicua somma il possesso del portale da potersi inserire nella sua nuova facciata, nasceva verso la fine del XV secolo per opera dei Guerrera, che qui vi eressero una cappella funebre di pertinenza alla vicina chiesa di Sant'Agata La Vetere. Nel 1574 si costituiva chiesa indipendente affidata alla confraterna laica di San Pietro e Sant'Agata al Carcere la quale cercava di discostarsi definitivamente dal tempio da cui fu originata, fino alla scelta di orientare l'ingresso ad est, murando l'originale accesso da sud (ancora oggi riconoscibile). L'acquisto del Portale del Duomo costituiva pertanto una scelta di raggiunta importanza, tale da rivaleggiare con la sobria facciata della Vetere, la quale, affidata invece ai Padri Minori Osservanti sin dal 1613, venne ricostruita in forme molto semplici e, seppur maestose, umili.

Quale era però la storia di questo portale prima del 1734, quando Vaccarini lo fece rimuovere? Le ipotesi sono varie e non sempre concordanti, sebbene sia opinione diffusa che:
  • sia l'unico esemplare di Romanico pugliese presente in Sicilia;
  • fu eretto a seguito del disastroso terremoto del 1169, in sostituzione del portale originario;
  • il committente fu Federico II di Svevia, il quale ne richiese specificamente le sculture sovrastanti i capitelli.
L'ingresso originale della cappella (XV secolo)
Questi tre punti chiave traggono spunto da alcune osservazioni passate, in primis l'unica descrizione pervenutaci del periodo precedente al terremoto, quella compiuta nel 1651 da Giovan Battista Guarneri nelle sue Zolle historiche catanee, relativa alle figure rappresentate sugli abachi delle colonnine.

Tuttavia bisognerà mettere in discussione questi tre punti, poiché appaiono tra essi abbastanza discordanti. Per esempio, se è di stile Romanico pugliese può essere eretto dopo il 1169, ma non può essere stato commissionato da Federico II, che lo avrebbe fatto realizzare in stile Gotico. Oppure se eretto poco oltre il 1169, il suo committente ancora una volta non può essere considerato Federico, poiché non nasce prima del 1194. Infine, se davvero fosse Federico il mandante, avremmo notato elementi simbolici svevi ben più evidenti di quelli presunti. Così conveniamo nel dover analizzare meglio in dettaglio l'opera, senza pretese cronologiche e storiche, ma cercandone una inquadratura coerente relativa al periodo in cui orientativamente venne realizzata.

Il Portale del Duomo incastonato nella facciata.
Il Portale presenta una moderata strombatura che da una porta a stipiti finemente scolpiti con un motivo floreale e zoo-antropomorfo si apre con un sistema di tre colonnine il cui fusto è lavorato rispettivamente a decorazioni verticali, a chevron, a scacchiera. Al di sopra dei capitelli (alternando un singolare tipo di stile corinzio con volti antropomorfi ad un corinzio di respiro classico) un cornicione che funge da abaco su cui sono rappresentate diverse figure e tre archi che replicano i motivi riprodotti sui fusti delle colonne. L'arco d'ingresso fa mostra di quindici rosette poste ad intervalli perfettamente regolari. Il Portale è chiuso in alto da una cornice quadrangolare (alfiz) entro cui si scorgono formelle quadrate e rotonde, figurate anch'esse. Le immagini plastiche al di sopra dei due abachi continui rappresentano, da sinistra verso destra: un uomo assiso su un faldistorio mentre si accarezza la barba, un mostro con doppia coppia di ali e di zampe da volatile rimasto acefalo, una scimmia in posa umana mentre porta alla bocca una sfera (pomo?), un leone che assale una lepre; dall'altro lato continua con un altro leone che assale un'altra preda (secondo alcuni starebbe invece proteggendo la prole), un animale apparentemente quadrupede posto sulle zampe posteriori e monco degli arti (all'apparenza un'altra scimmia antropomorfa, ma talora è riportato come una volpe dal capo mozzo), una figura mancante (il Guarneri vi vide un'aquila acefala), una donna inginocchiata con alle spalle un animale (viene riportato come toro) che pare portasse sulla groppa un ariete.

Repertorio scultoreo sul lato destro.
Possiamo inquadrare questo portale nello stile finora attribuito?

Il Romanico pugliese è un linguaggio architettonico monumentale, caratterizzato dalla edificazione di grandi basiliche latine ispirate probabilmente all'aspetto di Cluny II (ossia la seconda fase storico-architettonica della celeberrima abbazia, nonché la prima fase monumentale), realizzate in pietra bianca arenaria, accostate da torrioni campanarie di notevole volume, chiuse in facciata da rosoni (che però spesso appartengono già ad una fase iniziale del Gotico), da archetti ciechi e da portali elegantemente scolpiti incastonati in raffinati protiri. Dunque lo stile non è riconoscibile nei dettagli, ma nelle strutture nel loro complesso. I portali dello stile non appaiono strombati, ma sono singoli stipiti finemente lavorati con motivi a foglie intrecciate con figure zoo e antropomorfe, chiuse da una trave sovrastata da un arco, finemente scolpiti anch'essi. Il motivo è chiamato Albero della Vita, poiché rappresenta scene di vita (quotidiana, animale, storica o mitologica) intrecciate da un motivo fitomorfo che suggerisce l'idea di un albero. Questo tema è dominante nell'arte pugliese tra XI e XIII secolo, al punto che lo vediamo riproposto nel magnifico mosaico pavimentale di Pantaleone ad Otranto (1165), in cui l'albero intreccia personaggi storici, bestie mitologiche o inventate, eventi biblici, figure leggendarie, il tutto nell'ottica squisitamente coeva agli artisti: la presenza di Artù, mitizzato nel 1140 dall'opera dei Goffredo di Monmouth, o l'Alessandro Magno che ascende al cielo, chiara citazione dell'Alessandreade di Gualtiero di Chatillon.

Archivolto del Portale.
Appare evidente che il nostro Portale non aderisce pienamente al gusto, se non in piccoli dettagli. Anzitutto la strombatura, assente in Puglia, marcata e ribadita dalla differente resa dei motivi a Catania. La strombatura è uno degli elementi più diffusi nel Romanico europeo. Lo troviamo a Cluny, lo troviamo in Francia e in Spagna, lo troviamo anche in Inghilterra. Tuttavia spesso i portali europei presentano una forte strombatura che richiede tozze colonne per reggere la parete, soluzioni che rendono un aspetto massiccio della facciata, mentre a Catania la sensazione è di una eleganza e di una perfezione matematica: viene rispettata infatti la sezione aurea, il che fa quasi pensare ad un largo anticipo sul Rinascimento, ma in realtà è una coscienza strutturale mai del tutto sopita (le stesse proporzioni auree si possono riscontrare in molti edifici etnei datati ad età precedenti).

Modanature dell'archivolto.
Curiosamente troviamo tanto la sezione aurea quanto la strombatura nel Romanico lombardo, quello cioè nato come il naturale evolversi dell'architettura langobarda. E in verità sarà l'architettura della Langobardia minor a generare il Romanico pugliese, da cui forse la vecchia confusione. Il portale lombardo si presenta ben equilibrato, con semplici strombature in genere non superiori ai tre-quattro livelli, accompagnate da colonnine o pseudocolonne dal capitello riccamente decorato o talora con un unico fregio continuo che sostituisce i singoli capitelli. Il tema delle decorazioni è quasi sempre lo stesso: Albero della Vita, stralci della Genesi, un ricco repertorio dal bestiario medioevale, esseri demoniaci, Vizi capitali talora accostati alle Virtù. La simbologia è stata sempre ampiamente dibattuta: dallo scampato anno Mille, ai moniti contro i peccati e le condotte immonde (in particolare contro la lussuria), dal ruolo di protettori in qualità di figure apotropaiche, al simbolismo storico, fino alle annunciazioni dell'Apocalisse. Alcune figure dominano su tutte: le ondine bicaudate che talora mostrano il sesso (il cui ruolo non deve essere dissimile dalle sirene di omerica memoria), scene di caccia o di lotta, grifoni, arpie, leoni spesso colti in atti di aggressione contro una preda.
Il nostro Portale appare ben più prossimo a questo stile, tanto nell'aspetto quanto nell'apparato iconografico, perlomeno nei due leoni sopra gli stipiti, nelle scimmie colte in atteggiamenti umani, nel mostro alato e acefalo (identificato ora con la Fenice, ora con l'Idra), forse anche nella fanciulla inginocchiata, che pare avesse il seno scoperto. Rimarrebbe fuori la figura barbuta di cui, in verità, non riusciamo a trovare ancora riscontri nell'architettura lombarda. Ci viene in aiuto una realtà ben più vicina: l'Abbazia di Maniace.

Abbazia di Maniace, Bronte. Portale della chiesa (1183?).
L'Abbazia di Maniace sorse nel 1173 per volere di Margherita di Sicilia, vedova di Guglielmo I, che fece realizzare una abbazia mariana donandola all'ordine di San Benedetto. A questo periodo e probabilmente prima della morte della regina (avvenuta dieci anni dopo) risale la splendida chiesa. Questa si presenta quasi per intero in forma romanica, citando ancora una volta il modello di Cluny (forse, mediato dalla Cattedrale di Messina) e anticipando il Gotico nel suo elegante portale in facciata. Potremmo ipotizzare che questo sia databile al decennio 1173-1183 come il resto della chiesa. Il portale presenta già l'arco a sesto acuto, pur presentandosi ancora strombato e a colonnine, come nell'analogo catanese. Qui accade una singolare continuità tra i capitelli, come nella migliore tradizione lombarda, i quali rappresentano sul lato sinistro figure mostruose o antropomorfe, mentre sul lato destro scene della Genesi. Si è supposto che le figure sulla sinistra rappresentino i Vizi (liberamente tratti dal repertorio medioevale), mentre a destra le conseguenze del più grave tra essi, la lussuria, che ha indotto l'Uomo alla cacciata dal Paradiso per poi condurlo alle guerre fratricide (Aragona-Saporetti 1984). L'aderenza con il Romanico lombardo sarebbe così palesato tanto dal tema della lussuria quale trait-d'union tra le figure dei Vizi e come richiamo tra le due rappresentazioni (una figura femminile che regge le teste di due mostri), nonché dal tema della Caccia con il corno presente nel penultimo capitello e nel tema della Guerra, rappresentato da due combattenti con scudo tondo e mazze. In merito ai Vizi si può notare una strana figura ingenuamente indicata da Benedetto Radice quale un mascherone morso alla bocca da un serpente; la figura, secondo la pubblicazione di Aragona e Saporetti rappresenterebbe invece un mascherone da cui fuoriesce il serpente medesimo, simbolo della donna (Eva) genitrice del male.

Abbazia di Maniace, Bronte. Registro plastico sul lato sinistro.
La realtà è ben diversa, giacché esiste questa figura nel repertorio medioevale, ed ha un illustre rappresentante: Giotto di Bondone (1310?). Nella Cappella di Scrovegni, l'artista dipinge in forma di bassorilievi i Vizi cui oppone le rispettive Virtù. Tra questi appare la figura dell'invidia, una persona anziana dalle orecchie lunghe e corna ritorte e legate da un copricapo alla testa, mentre brucia tenendo un sacchetto nella mano sinistra e arrancando con la destra. Dalla bocca fuoriesce una serpe che l'acceca mordendole gli occhi. Una figura molto forte ed altamente espressiva, capace di sintetizzare lo stereotipo dell'invidioso (che reso cieco dalle sue stesse parole non si accorge del bene che ha, auto-condannandosi alla dannazione). La testa da cui fuoriesce il serpente è dunque il thopos dell'invidioso. Curiosando tra i Vizi di Giotto si scorge anche una donna impiccata rappresentante la disperazione (in seguito annessa all'accidia), il quale suicidio è suggerito da un demone svolazzante: forse una delle figure femminili accoppiata ad uno o più mostri potrebbe avere lo stesso ruolo. Ma una terza figura la riconosciamo abbastanza facilmente: una figura maschile, tronfia, su un trono guarda con disprezzo il mondo davanti a sé. Si tratta dell'ingiustizia (confluita nella superbia), come espresso dallo stesso artista. La rappresentazione dell'ingiustizia, pur nella sua variante dell'atto di accarezzare la barba, costituisce un vero e proprio incipit nel repertorio iconografico di Maniace. Erroneamente indicato come la rappresentazione di ira da Aragona e Saporetti (Giotto la indica piuttosto in una donna dalla smorfia di rabbia, colta nell'atto di strapparsi le vesti di dosso), vediamo nella figura assisa rappresentata frontalmente dall'anonimo artista etneo l'ingiusto sovrano, simbolo della superbia. Quale sovrano esso sia non è importante: si tratta del sovrano ingiusto, sic et simpliciter.

Abbazia di Maniace, Bronte. Repertorio plastico sul lato destro.
Abbiamo raccolto abbastanza indizi per una analisi del nostro Portale. La Cattedrale catanese apparteneva anch'essa alla congregazione cassinense e si può dunque supporre che entrambe le chiese (Catania e Maniace) abbiano attinto dallo stesso repertorio iconografico. Entrambe le chiese assurgono a modello Cluny II, entrambi i portali dovrebbero datarsi alla seconda metà del XII secolo, sebbene alcune differenze di stile possono regalare ulteriori spunti di riflessione. Dunque i due portali nascono con simili presupposti. Pur nella loro lampante differenza, l'esito finale è relativamente simile, palesando la matrice comune. Ed è nel repertorio iconografico, nonché nella loro distribuzione il maggiore parallelo.

A Catania la processione iconografica prende spunto proprio dalla figura assisa in trono (per la precisione, un faldistorio, la sedia riservata ai titoli nobiliari e ai prelati più alti che prenderà il nome da un suo celebre usuario: Girolamo Savonarola), colta mentre si accarezza la barba come a Maniace e rappresentata di profilo come a Padova. Detta figura quindi è puramente simbolica e rappresenta l'ingiustizia, non un sovrano esistito, ma una generica icona. Nell'Abbazia brontese la figura è anticipata da due mostri alati i cui colli si intrecciano, ma costituisce certamente la prima figura umana del registro. Segue la figura a doppio corpo di volatile, che potrebbe essere un drago o una arpia e che non trova simili. Potrebbe essere una figura del tutto nuova inventata di sana pianta dall'anonimo artista (sebbene Mario Musumeci attribuì l'opera ad Enrico di Palimberga, cosa da escludersi visto l'anno di realizzazione - 1242 - attribuito). Certamente non è né la Fenice, né men che meno una Idra! Essa rappresenta certamente una figura maligna, ma può indicare tanto la lussuria (per la presenza del volatile e del serpente insieme) quanto l'accidia (nell'accostamento giottesco) o altro Vizio non identificabile tra i molteplici indicati nel Medioevo. Quindi fa mostra di sé la scimmia con corpo umano che cerca di inghiottire una sfera. Questa - pare - si troverebbe montata dal lato sbagliato, essendo qui invece il quadrupede monco di zampe. Se così fosse, sarebbe l'equivalente catanese della Cacciata dal'Eden e l'interpretazione suggerita da Corrado Rubino (2011) potrebbe essere corretta: l'Uomo diventa animale al momento in cui cede al peccato. Qui diventa animale, a Maniace perde il Paradiso.

Portale del Duomo di Catania. Figure classicheggianti.
Musumeci lo interpretava come l'annichilimento e la depressione degli ordini mendicanti, ipotesi che, data la committenza, non ci sembra così realistica. Resta semmai il dubbio se sia un uomo che diviene scimmia o una scimmia che - incapace di ingoiare le mele - non riesce a diventare del tutto uomo. Le scimmie d'altro canto erano rappresentate traendole dal vivo nelle miniature, in alcune pitture, ma anche nella scultura medioevale, poiché non era raro come animale da compagnia presso nobili, ricchi borghesi o alti prelati. Chiude la serie un leone - erroneamente interpretato come orsa con il cucciolo dal Musumeci - atto ad aggredire una lepre. Esattamente come capita a Maniace, lo stesso tema si trova, con piccola variante, sugli stipiti della porta: lì a sinistra la donna è vestita e tiene due colli - di un'unica belva monocefala o di due belve le cui teste si sovrappongono - verso di sé, mentre a destra la donna è nuda e tiene i colli di due belve distinte lontane da sé; qui il leone a sinistra appoggia la zampa sul ventre della vittima mentre le morde la testa, invece il leone a destra ruggisce mentre tiene la preda per le zampe posteriori e per la testa.

Il lato sinistro prosegue con lo strano animale monco, più volte interpretato. Noi ci limitiamo ad osservare come le zampe mancanti apparentemente siano semplicemente rotte e che quindi non faccia parte del simbolismo. Forse, vista la posizione fronteggiante la scimmia, si tratterebbe ancora una volta di una figura zoomorfa intenta ad imitare atteggiamenti umani. Segue un gruppo di foglie su cui doveva svettare una figura andata perduta (un'aquila?) e chiude la processione l'enigmatico gruppo della figura femminile in ginocchio seguita da un toro (e forse anche da un ariete). Pare che le corna del toro - oggi perdute - fossero proiettate all'indietro, come forma di umiliazione. Pur esistendo un simile bovino, il bufalo, che potrebbero non essere stato sconosciuto al nostro artista, non resistiamo alla tentazione di associare questo tipo di corna ritorte alla figura giottesca dell'invidia, vedendo quindi nella figura inginocchiata una persona invidiosa (che guarda caso fronteggia il superbo sovrano ingiusto) che non vede la sua stessa ricchezza.
Portale del Duomo di Catania. Linee di costruzione.
Accettando per buona la tradizione che vuole il Portale del Duomo eretto in sostituzione dell'originale ingresso rovinato dal sisma del 1169, appurando anche una impossibile pertinenza con la figura di Federico II (poeticamente, la tradizione vuole che il sovrano ingiusto sia proprio lo Svevo che vanta di aver fatto inginocchiare Catania... peccato che Federico amasse farsi rappresentare senza barba!), confrontandolo con il portale della chiesa dell'Abbazia di Maniace e seguendo la cronologia suggerita da Rubino (1170-1230), riteniamo di poter restringere il campo al periodo 1169-1173, tanto per analogie con gli analoghi esempi del Romanico lombardo - l'abbazia di Santa Fede a Cavagnolo, il Duomo di San Moderanno (dove però è chiaro un attardamento dello stile), la rotonda di San Tomé ad Almenno San Bartolomeo, gli edifici ecclesiastici dell'Aquila relativi allo stile, San Michele a Pavia, il Duomo di Fidenza, il Duomo di Fano etc. - quanto per i parallelismi con i capitelli dei chiostri di Monreale e di Cefalù (che tuttavia presentano portali che non potrebbero essere più distanti), quanto infine per l'evidente antichità rispetto al portale di Maniace (1173-1183) eretto in un periodo più tardo.

Museo Civico, Catania. Torso colossale di ariete aggredito da felino.
L'inquadramento cronologico, associato all'avvenimento storico (la ricostruzione post-sismica), ci sembra plausibile, inserendo il Portale del Duomo di Catania in un contesto storico-artistico di respiro internazionale, in un periodo che a torto vien definito privo di interconnessioni culturali, dove il linguaggio stilistico francese (Cluny III, 1120 ca.) giungeva in Sicilia in tempi relativamente brevi (1170 ca.) mediante la mediazione lombarda (1150-1170 ca.) e qualche apporto campano (1160-1170 ca.) o giungeva per flussi diretti attraverso Guglielmo di Blois, per esempio, vescovo catanese dal 1162 al 1167, o grazie ad altri vescovi precedenti e successivi. In realtà l'anonimo artista dà modo di conoscere anche l'arte locale, cui fa riferimento con l'uso dell'alfiz, elemento di importazione islamica che vedremo tornare nel XIII secolo nella già gotica chiesa di Santa Giusta a Tufillo, ma dimostra anche una buona resa degli elementi tratti dal vero (il faldistorio, la scimmia), nonché la presa di coscienza di un passato classico portatore di elementi ricchi da cui attingere: tanto nell'Albero della Vita, quanto nelle due figure leonine. Una delle due sembra poter essere la copia dal vero di un gruppo statuario che a Catania esisteva e di cui venne ritrovato - durante uno scavo condotto da Carmelo Sciuto-Patti nel 1856 presso l'angolo nord orientale del Conservatorio delle Vergini, in quello che è stato confermato in tempi a noi più vicini trattarsi un ambiente termale (2012) - la sola preda e che l'assenza di repertori simili non ci concede una ricostruzione attendibile.

In definitiva possiamo concludere che il Portale del Duomo di Catania nacque come sincresi stilistica attingendo da diverse fonti, costituendo come tutte le opere romaniche un vero unicum, inserendosi a pieno titolo tra i patrimoni da tutelare e valorizzare di una città che troppo spesso dimentica di essere una città d'arte, prima di ogni altra cosa.

domenica 23 novembre 2014

Catania è "social reader"

Leggere.
Un'attività che è andata cambiando nel tempo, ma che in fin dei conti rimane sempre uguale. Oggi si parla di e-book, di letture digitali, di Wikipedia e di articoli online. Ma la lettura fa parte del DNA dell'essere umano, sin da quando impara a farlo non può farne a meno, come parlare, camminare o altro.
La lettura diventa un momento rilassante, importante, concentratore, di studio e ricerca. Un gesto semplice, come quello che i nostri lettori stanno compiendo in questo momento - e che ringraziamo per i minuti del loro tempo spesi in questa attività - che inizia sin dal primissimo istante in cui gli occhi si posano sulla parola scritta.

Ma la lettura, per i nostalgici come chi scrive, suscita e rievoca i ricordi di fogli di carta ruvidi al tatto, con quell'odore intenso ed inimitabile di inchiostro impresso sul foglio e un crescendo partecipativo nel processo della lettura, situata a metà tra la scoperta e la creazione: prima ancora dell'invenzione degli interlink, si saltava da un capitolo all'altro, rileggendo quei passi di testo forse troppo frettolosamente scorsi e per questo da approfondire, sviscerare, alla ricerca della chiave per proseguire con maggiore consapevolezza la lettura.
I nostalgici come chi scrive, a Catania, non sembrano essere in via di estinzione. Se da un lato la storica Libreria Prampolini, il cui solo nome è già una porticina nel subconscio capace di aprire parti della memoria mai del tutto sopite, si è salvata dalla minaccia della chiusura grazie all'impegno dei giovani gestori eredi di 120 anni esatti di storia, carta stampata e lettere d'inchiostro, dall'altro lato in città improvvisamente è un rifiorire di luoghi preposti alla lettura, al confronto, al "social-reading" o, per meglio dirlo, al dibattito che la lettura del libro scaturisce.

Ecco che accanto a realtà recenti già ben avviate come l'Herborarium Museum, sotto l'Arco delle Benedettine, dove è possibile leggere mentre si sorseggia un tè o una tisana, si aprono nuove frontiere del libro.
Indileggente, una nuova libreria indipendente sorta alla Civita in via Anzalone, nasce da una associazione culturale che fonde i concetti di "indipendenza" e "leggente", tanto nel nome quanto nel proposito, creando quindi un luogo di incontro tra musica, letteratura, idee. Un luogo confortevole dove ritrovarsi con gli amici dialogando circondati dai libri.
E ancora sulla piazzetta che si affaccia sul Castello Ursino, per precisa volontà dei volontari di Gammazita, sta nascendo la prima biblio-emeroteca all'aperto di Catania, costituita dai libri e dalle riviste omaggiate da chiunque voglia partecipare a questa lodevole iniziativa che porta i libri in strada. Letteralmente. Una riconquista della strada che diventa veicolo della parola scritta e trova già nel titolo - Piazza dei libri - la sua definizione.
I quartieri disagiati cercano nella lettura il riscatto, così nasce la Librineria, che nel gioco di parole fonde Librino e la lettura, iniziativa a quattro mani tra i Briganti Rugby (già noti per aver difeso lo sport nel quartiere) e il centro Iqbal Masih, che ha portato alla creazione della prima (e unica) biblioteca nel quartiere.
Infine la notizia che ci rende contenti, poiché chi scrive la attendeva da qualche anno, l'inaugurazione avvenuta il 22 novembre sera nel quartiere San Cristoforo della biblioteca popolare sorta per la ferma volontà dell'associazione di quartiere GAPA (Giovani Assolutamente Per Agire), grazie ai numerosi contributi spontanei, ma a partire soprattutto da quel primo nucleo economico fornito dall'ex presidente del Tribunale dei Minori Giovanbattista Scidà scomparso nel 2011 e a cui è stata intitolata la stessa biblioteca, scelta compiuta per ricordare il grande impegno del magistrato contro mafia e microcriminalità. La biblioteca è stata costituita in dodici anni in contemporanea con l'acquisizione da parte dell'Associazione del capanno abbandonato ribattezzato "Gapannone rosso", con l'intento sin da subito di costituire insieme alla biblioteca un centro di documentazione sul disagio giovanile, sulla microcriminalità, sulle mafie e sulle pratiche di antimafia sociale. Un polo non solo di cultura e di aggregazione sociale, ma anche un vero e proprio database interattivo per contrastare quei fenomeni di devianza sociale intrecciati con l'emarginazione delle periferie. Leggendo.

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giovedì 30 ottobre 2014

Tra apparizioni e affreschi, le conseguenze sociali dell'eruzione del 1669

Un evento traumatico, quello che iniziò l'8 marzo 1669 per concludersi quasi quattro mesi più tardi.
Certamente è l'eruzione storica più famosa e tra le più documentate tra quelle secentesche.
Un evento del genere non rimase dimenticato, ma condizionò la vita e la società etnea dell'epoca. Uno dei fenomeni maggiormente diffusi è quello dei presagi, dei sogni premonitori e delle visioni mariane, come se l'avanzare lavico avesse in un qualche modo una diretta influenza nel subconscio dell'Uomo ed in un certo senso è così. Un "fiume di pietra" incandescente che inghiotte tutto ciò che incontra sul suo cammino costituisce fuor di dubbio un decorso degli eventi imprevedibile e ingestibile, specialmente per una popolazione la cui economia, a metà del XVII secolo, era basata principalmente sul latifondo. Oltre a facili paure inconsce, bisogna considerare anche le perdite reali: un contadino che perdesse il fazzoletto di terra assegnatogli, vedeva sparire qualsiasi fonte di minimo sostentamento.
Il primo fenomeno eruttivo sopra Nicolosi, che generò i Monti della Ruina in un disegno dell'epoca.

Un racconto che vale la pena ricordare è legato alla perduta città di Mompileri, rifondata dai suoi abitanti come Massa Annunziata. Nel 1689 il Barone di Massa spese non pochi denari per il ritrovamento dell'antico tempio della città, ma ogni ricerca rimase infruttuosa. 35 anni dopo l'evento le ricerche ripresero con vigore e speranza a seguito dell'indicazione data da una persona rimasta anonima - secondo alcuni una donna, secondo altri una persona straniera, altri ancora indicavano una anonima pastorella - che ebbe la rivelazione del punto esatto dove scavare dalla Madonna stessa. Otto metri più in basso emerse la statua della Madonna delle Grazie. Questa era rimasta perfettamente conservata in un alveo di aria imprigionata dalla lava solidificata e solo uno spuntone di roccia le toccava appena la fronte che a sua volta imprimeva su di esso la sua orma. L'altare, il pavimento, i pilastri, le pareti sono ancora incastonati nella pietra, mentre la statua fu tirata fuori fortunosamente (si notò che era composta da due parti incernierate da un sistema di viti e la si poté smontare per estrarla) e sostituita da una grossolana opera artigianale (oggi asportata per restauri), col tempo si cercarono altre parti della chiesa, l'antica chiesa madre di Mompileri. Così emersero frammenti della composizione gaginesca dell'Annunciazione (i resti della composizione in marmo finemente lavorato sono esposti in un piccolo ambiente museale presso la sacrestia del nuovo tempio; la finezza dei tratti alimentò una certa diceria popolare che l'opera fosse più di mano angelica piuttosto che lavoro umano) e si ritrovò anche uno dei portali laterali in gusto tardo-gotico o proto-rinascimentale, montato nel 1955 come ingresso al piccolo ambiente che prese facilmente il titolo di Madonna della Sciara.
Madonna delle Grazie.

Antico portale della chiesa di Mompilieri.
L'Arcangelo Gabriele e l'Annunziata.

Ma sono raccolte anche testimonianze di reazioni altamente razionali legate all'eruzione. La più intrigante vede coinvolto il vassallo del principe di Pedara, Don Diego Pappalardo, Cavaliere dell'Ordine di Malta e figura carismatica e autoritaria (a lui si deve la chiesa madre del villaggio etneo). Egli organizzò una spedizione presso Nicolosi di valenti braccianti, coperti di pelli inumidite per rendere più sopportabile il calore, che colpirono ripetutamente il fronte lavico affinché deviasse la sua avanzata. Tra questi era presente anche il pittore acese Giacinto Platania, testimone oculare della colata. Questo è il primo rudimentale tentativo di deviare una colata lavica testimoniato e sarebbe anche riuscito, poiché il fronte lavico sembrava volgersi verso occidente, senonché gli abitanti di Paternò, che temevano per la loro città, fecero desistere il gruppo a suon di botte e bastonate.
Scudo dei Pappalardo nella dimora di Don Diego a Pedara.

Un altro aneddoto è legato alla Fonte di Gammazita, un abbeveratoio secentesco voluto dal Viceré Francesco Lanario a decoro della città di Catania lungo la cortina rinascimentale alla Marina, alimentato dalle acque dell'Amenano e legate alla tradizione della fanciulla che preferì il suicidio allo stupro da parte di un soldato angioino. L'abbeveratoio costituiva una fonte preziosa di acqua e quando la lava giunse alle fragili mura medioevali penetrandole in parte, la popolazione accorse a riempire di macerie, pietre e terra la sorgente. In questo modo si evitò che la lava a contatto con l'acqua causasse una serie di esplosioni tali da minacciare la città (forse se ne osservò l'effetto presso il Convento di San Nicolò, dove in effetti si conserva una cisterna cinquecentesca aggredita dalla lava) e nel contempo preservare la sorgente, da recuperare quando la lava si sarebbe raffreddata. Così si fece negli anni seguenti: la crosta della lava si poté frantumare una volta raffreddata e si provvide a svuotare il pozzo ottenuto. Una scala settecentesca permise il raggiungimento della sorgente, che tanto affascinò i viaggiatori del Grand Tour.
Pozzo di Gammazita.

L'eruzione del 1669 ha influito anche sul "colore urbano" del territorio etneo. Le lave divennero cava di superficie per il materiale di costruzione, mentre in profondità si scavava per recuperare la rena rossa, detta ghiara, sostituto eccezionale della terracotta per la creazione del calcestruzzo. La ghiara era considerato anche un ottimo isolante e permetteva un buon amalgama per gli intonaci di rivestimento, causando così quel rosella tipico in certi edifici rurali ed urbani del XVIII secolo. Le cave di ghiara erano diffusissime lungo le sciare del 1669. Tra queste cave di ghiara si svolge la triste vicenda di Rosso Malpelo, diventato il simbolo dello sfruttamento del lavoro minorile, mentre una delle più imponenti era la Cava Daniele (dal titolo dell'omonimo feudo), ubicata tra piazza Montessori e via del Plebiscito. Parti di questa cava divennero il più vasto rifugio antiaereo di Catania, attrezzato di panche, infermeria e persino di una cappella.
Rifugio aereo di Cava Daniele. (FONTE)

Ma non è la sola Architettura, tra le Arti maggiori, a subire l'influenza dell'eruzione. Di Giacinto Platania abbiamo già parlato. Probabilmente fu lui a rappresentare su una parete della sagrestia della Cattedrale di Sant'Agata dietro commissione dell'allora vescovo Michelangelo Bonadies una delle più importanti e note opere del seicento etneo. L'affresco farà da base poi per una serie di incisioni, stampe e quadri che riproporranno lo stesso soggetto. L'opera è stata restaurata dopo una lunga campagna conclusa di recente con la realizzazione di una mappatura fotografica di oltre 1300 scatti che costituisce la più importante banca dati di questo magnifico lavoro. Durante il restauro si è scoperto che l'immagine copriva una superficie più ampia, rappresentando probabilmente una figura sacra ai cui piedi si svolgeva l'evento drammatico (forse Sant'Agata, protettrice della città?). Di notevole interesse i dettagli delle figure che animano l'affresco, resi accessibili allo studio grazie alla mappatura fotografica eseguita nel 2013 da Antonino Del Popolo, dettagli che raccontano la fuga di una città nelle minuziose reazioni squisitamente umane, come un gruppo intento a recuperare il salvabile, un uomo che per poco non finisce sotto un cavallo che - imbizzarrito - ha appena disarcionato il suo cavaliere, una donna che perdendo l'equilibrio nella fretta della fuga ha riversato il contenuto della cesta che portava sulla testa, gli stati emotivi dall'angoscia al sollievo per il pericolo scampato, fino ad una deliziosa dama evidentemente nel suo primo viaggio in nave, colta mentre rigurgita a causa del mal di mare.
Affresco nella sagrestia della Cattedrale di Catania, attribuito al Platania. (FONTE)
Particolare. (FONTE)

A Botteghelle, l'unico quartiere superstite al 1669 dell'antica Malpasso, avviene anche una "rivoluzione agiologica". La chiesa principale era dedicata all'Addolorata, testimoniata ancora dall'affresco sull'altare maggiore; un secondo culto, sorto con l'avvenuta autonomia del 1636 era quello di Santa Lucia, come si nota nell'altare di sinistra. Ma accade un qualche evento che cambia il culto dell'altare destro, costruito inglobandone uno più antico (forse dedicato a San Biagio?). L'affresco vede una figura femminile nimbata con un bambino in braccio, apparentemente Santa Maria delle Grazie o Santa Maria della Guardia. Ai suoi piedi, come l'analogo catanese, la rappresentazione dell'eruzione del 1669, con l'abitato di Botteghelle risparmiato dalla furia del vulcano. Questo affresco tuttavia non ha mai visto il giusto riconoscimento storico, artistico e culturale come accaduto al suo "gemello" e verte in condizioni che definire pietose sarebbe fare un complimento.
Ruderi della chiesa dell'Addolorata, presbiterio.
Altare destro. In basso si scorge un altare più antico con tracce di intonaco, testimoni di un affresco sottostante.
Particolare.

Una iconografia diffusa, quindi, testimonianza di come il mondo, per gli etnei, sia stato stravolto da un'eruzione inaspettata e inarrestabile condizionandone la vita e la società per i tre secoli successivi.
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