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mercoledì 31 ottobre 2012

Ripari perduti: analisi di alcuni antichi sistemi difensivi in rovina



  L'architetto Angelakis, direttore dei lavori di restauro dei bastioni a mare di La Canea, ci guidava nel 2009 nella sua raggiante città, prima che la crisi colpisse la Grecia e il suo futuro. In questo tour scoprivamo camminamenti percorribili, torri, bastioni, porte. Capivamo quale il valore a Creta di quelle fortificazioni che i Veneziani fecero erigere quasi cinquecento anni fa, ne capivamo il senso, il rapporto con i cittadini, l'uso che ne facevano e il loro enorme potenziale turistico: divertiti ad esempio nell'incontrare una coppia di italiani (dopo aver parlato in greco così a lungo, sembrava quasi una lingua estranea la loro) passeggiare sul terrapieno delle mura occidentali.

  Qualche tempo dopo ci capitava di far pervenire qualche foto all'architetto del Bastione di San Giovanni. La reazione fu inaspettata: era dispiaciuta nel vedere così mal ridotto cosa rimaneva del Bastione. Fin lì infatti credevamo che il Bastione fosse tra i migliori esempi di conservazione delle mura di Catania, quello che ancora non era stato devastato, sepolto, distrutto o sommerso da case o palazzi. Eravamo ciechi, ciechi perché piuttosto gioivamo del solo fatto che un pezzettino della cortina muraria fosse ancora esistente.


Il Bastione di San Giovanni visibile dalla via omonima.
  Catania è una città che venne circondata da mura in più occasioni della sua esistenza. Testimonianze indirette di fortificazioni greche, i resti delle mura aragonesi, i bastioni cinquecenteschi sono tutti dati tanto articolati che viene difficile all'occhio dello studioso riuscire a sintetizzarli degnamente.
Volevamo infatti intraprendere un viaggio virtuale per comprendere meglio la dinamica e l'ubicazione delle mura di città, ma a Catania sono così tante e intricate le strade – tanto reali quanto metaforiche – che abbiamo scelto di selezionare solo una piccola parte di esse da analizzare, giusto per giungere ad una conclusione di spiccata attualità, nulla togliendo alla possibilità di ritornare a scrivere ancora sulle misure difensive della città.
Tratteremo quindi delle mura che si affacciavano sul mare, il biglietto da visita per questa città portuale, il suo accesso principale, ma anche il punto più debole e pertanto necessario di maggior controllo.

Le mura alla Marina, un tempo dette Beloardo di Sant'Agata.

  Del perimetro difensivo di Catania, infatti, proprio la cortina muraria a mare è stata quella che ha subìto maggiori rifacimenti, al punto che oggi risulta quasi del tutto impossibile stabilire quale andamento seguisse nelle epoche più antiche. Alcune planimetrie cinquecentesche permettono di ipotizzare che parte delle mura medioevali non fosse ancora stato abbattuto, permettendoci una vaga idea di come proseguissero le mura della città prima dell'erezione dei nuovi bastioni, ma nulla di davvero concreto. Così ciò che ci è noto è frutto di quel progetto di fortificazioni iniziato poco prima del 1550 su volere di Carlo V e fondamentalmente mai concluso. Nella sua Pianta topografica della città di Catania, Sebastiano Ittar ricorda che il tratto di mura alla marina – che a partire dalla Porta delli Canali circonda i palazzi dei Chierici e dell'Arcivescovato, passando dalla Porta Uzeda e chiudendo con la scomparsa Porta del Porticciolo – veniva impropriamente chiamato “Bastione di Sant'Agata”. Si tratta di una originale conformazione a W delle mura che, presso il transetto merlato della Cattedrale che fungeva da vedetta, stringe formando un vertice. Sulla base della epigrafe che sovrasta la Porta di Carlo V (già delli Canali) possiamo stabilirne la datazione al 1553, stabilendo anche una certa precocità dello stile della medesima porta che richiama in anticipo su tutta l'Italia lo stile Classico come elemento di decorazione urbana: in Toscana, per esempio, solo la fine del secolo vedrà imitata la medesima porta sulle cortine civiche. Tale precocità può essere letta e inserita nel confronto con le antichità classiche che a Catania sopravvivevano all'epoca e facevano parte del vivere quotidiano (un esempio per tutti: durante i moti del 1542 i catanesi ribelli si davano appuntamento presso la Pietra del Malconsiglio, un capitello liscio proveniente probabilmente da un tempio romano, forse quello del culto isideo), un confronto che non cessa di esistere nel 1612, quando viene inaugurata alla presenza del viceré il duca di Ossuna la Fontana delli Canali in seguito nota come fontana de' setti canneddi e oggi la più antica fontana urbana esistente, né tantomeno nel 1621, quando il successore del duca di Ossuna, Francesco Lanario duca di Carpignano, provvide alla risistemazione della cortina, al suo abbellimento con tre ricche fontane e creò il primo passiaturi di Catania, esempio unico al mondo occidentale di allora di una passeggiata alla marina lastricata, alberata e dotata di comode panchine: per la realizzazione di detta passeggiata infatti si ricorse alla spoliazione dell'imponente acquedotto romano che da quasi mille e settecento anni si imponeva nelle campagne che dalla città giungevano all'odierno abitato di S. Maria di Licodia, riducendone gli archi della metà.

Porta di Carlo V, già delli Canali.

La colata del 1669 raggiunse il Porto nella sua parte meridionale, minacciando l'ingresso delle lave anche dalla suddetta Porta civica, come fece già dalle porte del Sardo, della Consolazione, della Decima e più a nord da una porta detta del Regno o della Giudecca. La brusca frenata causata dall'impatto tra le lave calde e il mare non risparmiò le fontane del '21, se non la più modesta di esse, ribattezzata in seguito Fonte Lanaria.
Ma un sistema fortilizio non si limita all'estetica, essendo esso frutto di una necessaria protezione militare di una comunità costantemente sotto attacco piratesco. Pensiamo ai diversi progetti che si sono susseguiti nel tempo per difendere la città e quasi nessuno davvero compiuto: dal Ferramolino allo Spannocchi, dal Negro (sebbene non sia chiaro se la sua presenza in città fosse militare o di studio) al Camilliani passando per altri architetti via via richiamati dai viceré di turno per il rafforzamento delle mura urbiche catanesi. Uno dei progetti, forse dei primi del Seicento, riguardava la vigilanza sulla costa, con un sistema di torrette e di fuochi da fare invidia ad un recente film di tolkeriana ispirazione. Le torrette, aventi una distanza tra esse tale da permettere un rapido aggiornamento visivo fino ai castelli che ospitavano le milizie, presero presto il nome allusivo di Torri Sarracine, riferendosi al nemico da cui difendevano la costa. Laddove non si sfruttavano preesistenze come il campanile della Cattedrale (resa nel 1662 una delle più alte torri d'Occidente con i suoi quasi 100 metri), della chiesa di Santa Maria di Ognina o le vedette del Castrum Acis (ad Acicastello) e della Fortezza del Tocco (ad Acireale), le torrette costiere, impropriamente dette anche garitte, vennero realizzate secondo forme e dimensioni standardizzate. In pianta quadrata, esse vennero alzate con robusti angoli in conci lavici squadrati di varia dimensione; le pareti sono invece in materiale lavico non lavorato, calce, ghiara, cunei di vario genere (ceramiche, pietra calcarea o rocce laviche di minori dimensioni); si presentano con due aperture contrapposte dagli stipiti e dalla trave in più conci di pietra lavica ben riquadrata di cui una solitamente rivolta verso il mare, mentre ortogonali ad esse (a nord e a sud) due finestre si aprivano con analoga architettura. Chiudeva l'edificio una riconoscibile cuspide piramidale circondata da quattro più piccole piramidi ognuna su uno dei rispettivi cantoni della guardiola.

Fosso del Castello Ursino e serti murari delle Mura di città.
In fondo è visibile la vedetta cinquecentesca.

L'esempio più antico, databile alla metà del XVI secolo, sembrerebbe essere la torretta angolare intra moenia che spalleggiava il Castello Ursino nella estremità meridionale della linea fortificata alla Marina e ritrovata solo in anni a noi molto recenti (oggi è sita in un delizioso giardino che decora lo spazio tra il maniero federiciano e i resti ritrovati delle mura civiche, sepolte dalla colata del 1669): questa infatti appare nelle illustrazioni realizzate da Tiburzio Spannocchi verso la fine degli anni cinquanta del secolo.
Il fascino e la suggestione di tali torrette ha incantato da sempre chi scrive, instillando una vera passione per i sistemi difensivi del passato. Molte generazioni di catanesi hanno affrontato, ai tempi in cui piazza Europa era una piazza, l'arrampicata coraggiosa verso la torretta sfidando vertigini e aspre rocce sentendosi chissà quali cavalieri di perduti regni delle favole.

Garitta di piazza Europa. Si erge su un picco di lave preistoriche,
in parte un tempo subacquee.

Ma alle favole, crescendo, si smette di credere e i luoghi che da piccoli sembravano magici si scontrano inesorabilmente con la realtà.
Così duole narrare che il glorioso sistema difensivo, che un tempo proteggeva la città dagli agenti esterni, non è riuscito a proteggersi dalle “aggressioni interne”, finendo inesorabilmente fagocitato, deturpato, dilaniato dalla medesima città che giurò di proteggere.
Il caso del Bastione di San Giovanni è piuttosto eloquente in merito, giacché di esso si può avere idea solo sbirciando attraverso un cancello perennemente chiuso o immaginandoselo sgombro dalle casette popolari o dalle piante che ai suoi fianchi o al suo interno hanno ormai preso pieno predominio. Ma anche la stessa Porta di Carlo V piange in silenzio il soffocamento del settecentesco palazzo del Seminario e delle bancherelle dei pescivendoli. La sorte non ha risparmiato nulla, se la cortina muraria detta Beloardo di Sant'Agata è stato svuotato nel tempo per ricavarne botteghe di ogni tipo. Per tacere della scomparsa della passeggiata alla Marina a causa della realizzazione del ponte ferroviario di fine Ottocento, cui ci riserviamo la cura di un approfondimento in seguito.

Condizioni in cui verte il Bastione di San Giovanni,
visibile da un cortiletto affacciante su via Vittorio Emanuele II.

Ma ciò che intristisce maggiormente è la amara lettura di un articolo di Italpress e riportato dal Corriere del Sud, intitolato Le garritte spagnole trasformate in case abusive. Già tempo fa denunciammo altrove le pessime condizioni di piazza Europa e della sua torretta ridotta a deposito di cartoni e materiale accatastato da chissà chi, ma la coscienza che il “biglietto da visita” alla città dal mare verta in sì gravi condizioni rende difficile poter credere esista un interesse a valorizzare e dare nuova linfa vitale a questi baluardi della nostra storia passata.
Un deposito improvvisato all'interno della torretta di piazza Europa.

Appaiono quindi le torrette del Lungomare quali depositi e latrine, punti in cui trovare bottiglie, preservativi, siringhe, dove il tanfo diventa irrespirabile e dove la cultura e la coscienza civica muoiono. Invano si è cercato di ripulirle, al punto da spingere Marco Morabito, responsabile servizio giardini pubblici, a dichiarare che “l’ideale sarebbe murare le entrate delle torri per evitare a tutti un simile spettacolo”.
Una soluzione tanto drastica – diremmo noi – appare l'inverosimile. Impossibile ipotizzare che qualche blocco di forato basti a far desistere incivili ed emarginati a considerare un bene monumentale al pari di una discarica-tugurio-alcova. Impossibile immaginare che nessuna anonima bomboletta spray non uccida l'estetica del monumento e che dopo poco anonimi martelli non decidano di riaprire le torri isolate per ricavare ancora una volta un ambiente degradato.
Ecco perché ci sentiamo in obbligo a suggerire una visione “nuova” delle cosiddette garitte. Prendendo spunto da un progetto analogo vi vediamo bene la creazione di Case per i Pipistrelli all'interno, affinché si incentivi l'aumento delle colonie cittadine degli utilissimi “amici dell'uomo” (basti pensare che in media un pipistrello riesce a mangiare ben 2000 zanzare per notte), fornendo loro un luogo dove stare, al riparo, protetti e monitorati da gruppi volontari e da ricercatori.

Un Eptesicus serotinus trovato in una abitazione sul lungomare.

Un antico sistema di difesa che tornerebbe alla sua funzione originaria, difendendo le comunità dei chirotteri, ma nel contempo proteggere i cittadini dalle zanzare, un nuovo nemico che assale la città tenendola sotto costante attacco.

venerdì 26 ottobre 2012

Corso Sicilia, AAA verde cercasi

Corso Sicilia, cuore della "City" etnea, è stato anche un viale alberato, almeno lungo la sua carreggiata nord, per molto tempo. Addirittura ci fu una epoca in cui le ampie aiuole, tra i portici e la sede stradale, offrivano alla vista pure un bel prato verde e ben curato. Qualcuno se ne ricorda? La risposta non è scontata, perché spesso, in questa città, le "cose belle" durano poco, o fanno solo parte di periodi tanto fortunati quanto poco frequenti.
Oggi il verde e l'alberatura di Corso Sicilia appaiono "a macchia di leopardo", un po' qua un po' là, con aiuole dove ancora resistono alberi e siepi (ma non più il prato, ahinoi) e aiuole che offrono solo una distesa di terra battuta, senza neanche un filo d'erba. Perché? Semplice: negli anni scorsi, qui, è stata realizzata la stazione sotterranea della metropolitana "Stesicoro", per la quale è stato necessario scavare a cielo aperto, costruire gli accessi alla stazione con scale fisse e mobili, ascensori. Ma i lavori in superficie sono terminati ormai da circa un anno (tranne che per gli ascensori, in piccole aree adesso recintate), e ampi spazi di cantiere sono ormai da molto tempo pienamente restituiti alla città e alla cura dell'amministrazione. Peccato, però, che di tutto il verde che è stato rimosso per i lavori, non si sia più fatta dotazione.

Uno dei futuri punti di accesso alla stazione "Stesicoro" della metropolitana: a fianco, una "ex" aiuola

Una delle numerose aree del corso dove è del tutto scomparso l'arredo a verde

Un tratto di Corso Sicilia dove il verde è sopravvissuto

Ancora ampi spazi privi di verde; in mezzo una presa d'aria della stazione metro

Aiuola "deserta" e, a lato, un altro dei futuri accessi alla stazione metro


Per carità, laddove prima c'era un albero e adesso c'è un accesso della metropolitana, nulla da dire. Ma, come testimoniano le foto, sono vaste e numerose le aree dove potrebbero e dovrebbero essere rimesse a dimora varie tipologie di piante, alberi inclusi, e invece è rimasto solo un vuoto desolante.

Non si tratta di voler criticare sempre e comunque ogni aspetto negativo di questa città. Corso Sicilia ha conosciuto tempi migliori ma anche peggiori, è vero, ad esempio con il fenomeno del "manifesto selvaggio" o con l'illuminazione pericolante sotto i portici; problemi che oggi appaiono (almeno per il momento) superati. Ma una città grande e civile deve tendere al miglioramento continuo e i cittadini civili e attenti devono saper chiedere o addirittura pretendere anche il più piccolo gesto di buona amministrazione che possa innalzare il livello qualitativo e la vivibilità della propria città: a maggior ragione quando, come in casi come questo, basta davvero poco.

Così si presentava il miniparco lineare di Corso Sicilia nell'agosto del 2008

lunedì 15 ottobre 2012

Catania laica: una storia lunga una leggenda

  Le città parlano.
Certo, detta così sembra una frase nonsense, in quanto la grammatica e il buon senso ci spiegano che il verbo "parlare" mal s'addice ad oggetti inanimati. Tuttavia le città parlano. O, se vogliamo essere più precisi, le città raccontano.
  Una città è un insieme di abitanti che ha una propria tradizione, una cultura, un sentire sociale, un insieme di persone che hanno adottato norme, regole comportamenti, un insieme in movimento. Ma, ci insegna la fisica, ogni movimento lascia una traccia. Così le città, insiemi di gente che lasciano tracce del proprio movimento, raccontano i movimenti delle persone che le costituirono.

La Cattedrale di Sant'Agata, fulcro delle vicende svolte e raccontate.

Oggi abbiamo voluto tendere un metaforico orecchio per catturare una delle storie che la città di Catania racconta, in un modo un po' inusuale. Ci riferiamo ad un insieme di lettere, leggibile sulle porte di molte chiese perlopiù agatine, che perde il significato originale per acquisire il valore della memoria storica cittadina. Oggi infatti abbiamo ascoltato la storia dell'acronimo N.O.P.A.Q.U.I.E.

N.O.P.A.Q.V.I.E. sulla facciata della Cattedrale. G. B. Vaccarini (1736).

Non ci dilungheremo adesso su cosa indichi, né sui miracoli veri o presunti, ci piace invece notare il valore che ha assunto l'acronimo nel tempo e qual è il valore storico che cela dietro appena otto lettere.
Esso appare replicato in rilievo, inciso, talora dipinto. Assume lo stesso valore che nel Medioevo degli analfabeti avevano le pitture o le storie invetriate: l'analfabeta non sapeva leggere la Bibbia, ma gli bastava recarsi in chiesa per apprenderne i racconti più importanti. Allo stesso modo questo acronimo concede di ricordare perennemente un avvenimento accaduto quasi ottocento anni fa, senza bisogno di fonti scritte: la tradizione orale viene infatti convalidata e perpetuata con otto semplici lettere, poste nei punti più importanti della società di un tempo.
Dietro a quelle otto lettere c'è nascosto quindi un capitolo importante della storia cittadina, un avvenimento che ha segnato per sempre lo sviluppo dei secoli seguenti.
Correva infatti l'anno 1231, le rovine di Centuripe erano ancora fumanti e l'armata di Federico di Svevia avanzava incessantemente verso la città etnea. Tuttavia, giunto alle porte della città, il re e imperatore si ravvide e risparmiò i catanesi, concedendo loro la grazia. Questo avvenimento è annoverato tra i miracoli di protezione di Sant'Agata, patrona della città. Ma dietro quelle otto lettere non c'è solo questo: cosa spinse Catania a ribellarsi al sovrano, perché otto anni più tardi egli fece erigere il Castello Ursino e nel contempo concedette privilegi impensabili nei confronti di una città sottomessa e conquistata il cui destino era comunque di finire distrutta?
Il racconto che la città compie ha una origine lontana e inizia dal mirabile portone ligneo del Settecento che si ammira sulla faccia della Cattedrale. Anche le porte delle chiese infatti raccontano storie ben specifiche e questo in particolare, realizzato probabilmente su disegno di Giovan Battista Vaccarini e databile con esattezza al 1736 come recita la data sulla trave, sembra voglia fare un sunto di quanto segue.

I tre attori della fondazione della Cattedrale: Ansgerio, Urbano e Ruggero.
L'ultima formella indica una delle qualità della diocesi.

In alto sulla sinistra è lo scudo di Asgerio britannico primus in fundatione episcopus anno 1088; segue lo scudo del pontefice di allora, Urbano II; quindi quello degli Hauteville la cui didascalia ricorda il Gran Conte Ruggero, fundatoris della medesima Cattedrale; infine un enorme volatile che aera nubesque transcreditur. I primi tre sono dunque attori fondamentali per la nascita della nuova cattedra catanese: Ansgerio, un abate benedettino bretone, Urbano II, il papa che concesse ai Normanni in Sicilia il titolo di legati apostolici, Ruggero I d'Altavilla, Gran Conte di Sicilia.
Siamo nel 1061, la Sicilia è ancora divisa in numerosi emirati in cui, ritirati sulle montagne, sopravvivono piccole comunità cristiane di rito greco (i cosidetti bizantini ebbe modo di scrivere Paolo Orsi). Ancora nel primo trentennio del X secolo era infatti formalmente thema di Bisanzio e nel secolo seguente l'Impero d'Oriente considerava l'Isola già islamizzata ancora proprietà dell'imperatore. In quest'ottica è interpretata l'incursione del 1038 di Giorgio Maniace. Nemmeno trenta anni più tardi è il papa a ritentare l'occasione, sfruttando una forza barbarica che gettò scompiglio l'Europa del secolo: gli uomini del Nord, i Normanni. Costoro erano composti da diversi popoli quali vichinghi, variaghi, danesi, svedesi etc. Alcuni di essi si legarono ad influenti famiglie longobarde: gli Hauteville erano legati agli Aleramici dal matrimonio tra Ruggero I ed Adelaide (o Aloisia) del Vasto. Il papa avrebbe allontanato gli ingombranti barbari e, se ci fosse riuscito, approfittando del fallito tentativo orientale, avrebbe dimostrato la supremazia del Patriarcato di Roma, da poco scisso dagli altri quattro (Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme) proprio perché si riteneva al di sopra di questi. La Sicilia dunque era un ottimo banco di prova (anche per la prima Crociata della Storia, che si sarebbe indetta da lì a poco) che, grazie ad una situazione estremamente favorevole, fu un successo insperato. I Normanni infatti conoscevano già le capacità dell'esercito islamico, in quanto furono mercenari al soldo di Giorgio Maniace, inoltre fu proprio uno degli emiri – Ibn-al Thumna di Siracusa, intenzionato a prendere il controllo di tutta l'Isola – a invitarli sperando nel loro appoggio. Appena dieci anni dopo lo sbarco a Messina conquistarono Catania e da lì a poco l'antica diocesi – che mai cessò di esistere nemmeno durante l'epopea islamica visti gli esempi di Leone III (994) e di Umberto (1040) – conobbe un atto rivoluzionario: il culto ufficiale sarebbe stato quello latino e non più quello greco, come fu invece per secoli (sin da quelle lontanissime guerre Greco-Gotiche del VI secolo).

Lo scudo di Ansgerio, primus in fundatione episcopus.

La nomina di Ansgerio ha conseguenze notevoli. Anzitutto egli fu il primo di una lunga serie di vescovi non catanesi. Fu anche il primo vescovo proveniente dall'ordine benedettino: con lui inizia un lungo sodalizio tra diocesi e tale ordine. Ma le conseguenze rivoluzionarie furono due in particolare: Ansgerio era fedele alla Chiesa di Roma e Ruggero lo insignì del titolo di Signore della città.
Quindi Catania, fino a quel momento libero comune (titolo concesso nientemeno che da Giulio Cesare Ottaviano, in seguito noto come il primo Imperatore Romano) si ritrovò declassata ad essere feudo, convertita su imposizione al culto della Chiesa di Roma. La storia ci illustra Ansgerio come un “liberatore”, un vescovo magnanimo e buono e tante altre qualità e attributi che la città racconta invece in maniera diametralmente opposti. A partire dalla leggenda dei cavalli del vescovo, che annunciavano la morte di un vescovo-archetipo catanese per mano di Re Artù, ancora vivo e residente in un castello nascosto alle balze dell'Etna, chiaro esempio dell'astio popolare nei confronti della sovranità imposta e tiranna degli amministratori della diocesi catanese. Ma un esempio chiaro e lucido è proprio la Cattedrale.

Portale d'ingresso laterale (1577). Alla sua sinistra la lapide di  fondazione della Cattedrale (1094).

I grandi cantieri ecclesiastici vedevano quale prime opere da compiersi l'altare maggiore e l'area presbiterale in quanto, male che andava, comunque era già possibile effettuare la Messa. Dunque, presa per vera l'inaugurazione della chiesa di Ansgerio nel 1094, dobbiamo pensare che le absidi – unica parte superstite del tempio eretto in età normanna, del resto – esprimano esattamente quali fossero le intenzioni del suo costruttore. L'imponente e massiccia struttura si presentava come un castello a tutti gli effetti, coronato da una merlatura di tipo guelfa, stretto da torri oggi non più esistenti, massiccio e nonostante la presenza di alte arcate a rilievo sulla superficie delle absidi non riesce ad essere ingentilito come più tardi saranno la Cattedrale di Monreale o quella di Cefalù, entrambe per certi versi simili, ma ben più aggraziate nel loro apparato decorativo. Il messaggio è chiaro: il primo vescovo-signore di Catania si rinchiude in una fortezza, al riparo dalle tensioni che inevitabilmente portò nella città. La tensione si acuisce a maggior ragione quando viene imposta una nuova area che funge da centro sociale e politico, la Platea Magna, la quale si trova ben distante dai luoghi anticamente deputati a tal ruolo. Il mondo religioso poi aveva un peso del tutto marginale in una città di mercanti quale era Catania, come si evince dalla posizione della prima sede della cattedra, la chiesa di Sant'Agata la Vetere, situata a ridosso del lato interno di un bastione fortificato addossato alle mura settentrionali cittadine, a un passo dalle antiche necropoli, in un sito da cui dominare la città senza esserne coinvolta: quasi come le acropoli di un tempo. Lo stravolgimento della vita sociale cittadino, realizzando la nuova cattedrale, è immenso, portando la diocesi a sud, a controllare il Porto, fonte di ricchezza della città, e creando uno spazio civico fin lì inesistente, ma adesso dominato dall'incombente castello-chiesa di Ansgerio. L'affronto maggiore probabilmente si ebbe quando la chiesa si intitolò a Maria Mater Gratiae, patrona della Chiesa di Roma.

Abside laterale e metà settentrionale del transetto della Cattedrale.
Il materiale di costruzione usato è quasi certamente proveniente dalle grandiose Terme Achilleane.

In un secolo tuttavia il rapporto tra il vescovo e la sua città si dovette addolcire o perlomeno smussare. Siamo nel 1194. Enrico VI di Hoenstaufen è nominato nuovo Re di Sicilia in quanto marito dell'ultima erede normanna dell'Isola, Costanza d'Altavilla, ma il Regno non ne è lieto e lo ostacola. Catania è una delle città colpite dallo svevo e viene incendiata (la stessa Cattedrale perse nel rogo il suo originario soffitto ligneo), il vescovo Ruggero è esiliato. La profonda ferita che Enrico ha inciso sulla memoria dei Siciliani sarà la leva su cui faranno pressioni le rivolte popolari successive. Alla morte di Costanza nel 1198 l'erede al trono è l'infante Federico, pupillo di Gualtiero di Palearia che lo cresce a Palermo. Al rapimento del fanciullo l'anno seguente sarà il suo stesso tutore Gualtiero a trarlo in salvo. Il vuoto di potere e la complicità di Innocenzio III che favorì uno spezzettamento dei poteri affinché le due potenze di allora, Germania e Sicilia, rimanessero disgiunte causarono l'acquisizione di poteri e notevoli forme di autonomie da parte dei feudatari locali. Nel 1221, divenuto adulto e intenzionato a riorganizzare la Sicilia, Federico – che per rivendicare la successione germanica si firmerà sempre Secundus – indice la Assise di Messina atta a riannettere alla corona quei privilegi che nel ventennio precedente gli vennero sottratti.
I signori locali, facendo come dicevamo leva sugli abusi del padre, tentarono di muovere contro Federico pur di non vedere tolti i poteri acquisiti. Il principale agitatore fu Martino Bellomo a Messina, ma non mancò Catania di unirsi alle rivolte. Il promotore delle contestazioni catanesi fu proprio quel Gualtiero di Palearia che lo stesso Federico agevolò concedendogli poteri straordinari (tra cui la conferma del Pallio, nonché l'autorizzazione ad usare paramenti sacri che il solo Archimandrita di Messina poté usare per privilegi speciali precedenti), che ebbe la tutela del giovane erede al trono, ne curò l'istruzione e lo liberò dal sequestro. Gualtiero era infatti Signore e Vescovo di Catania da 20 anni esatti e nel 1227 fu costretto a ritirarsi dal vescovato: morì due anni più tardi.
Nel 1230 cadono Siracusa e Nicosia; Centuripe viene rasa al suolo e gli abitanti superstiti vengono deportati. L'avanzata sveva procede alla volta di Catania. Qui accade l'impensato e l'insperato: Federico si arresta e risparmia la popolazione.
La leggenda vuole che i cittadini chiesero come ultimo favore prima di essere trucidati che il sovrano partecipasse alla loro ultima messa in Cattedrale. Qui Federico, aprendo il suo libro di preghiere, vide apparire davanti ai suoi occhi marchiato a fuoco le lettere di cui abbiamo anticipato. Impietrito dal terrore, chiese aiuto a tradurre l'acronimo. In quel mentre un umile frate benedettino – la chiesa fu a lungo gestita da quest'ordine – il cui nome nessun annale ha poi riportato, vi lesse:

Noli Offendere Patriam Aghatæ Quia Ultrix Iniuriarum Est


Il sovrano rimase ancora più inorridito da tale minaccia e la paura lo fece desistere.
Fin qui la leggenda. Ma questa scricchiola di fronte alle certezze storiche e ai dati fin qui raccolti. Una serie di considerazioni sulla figura di Federico II ci può condurre a ritenere il grosso di quanto tramandato poco credibile. Anzitutto una personalità laica che accetta un compromesso come una messa per espugnare una città meno difendibile di Centuripe appare alquanto bizzarra, per tacere del rischio di imboscate che avrebbe corso stupidamente; appare insolito anche che Federico avesse con sé un libriccino per preghiere, specie sul campo di battaglia; infine un uomo di profonda cultura e di mente assai aperta come era, non avrebbe mai avuto paura di un fenomeno inspiegabile, per non parlare della necessità di un interprete per l'evento stesso. Pertanto, nulla togliendo al fascino del racconto, ci pare del tutto infondata tale leggenda.

Formella del portone del Duomo.

Tuttavia un altro racconto si tramanda in merito alla vicenda, un'altra sfumatura che trova una singolare corrispondenza in un luogo e un tempo insospettato. In quest'altro racconto i catanesi, intimoriti dall'arrivo del sovrano, decidono di rifugiarsi in massa nell'unica fortezza esistente: la Cattedrale, tuttavia, spinti dalla pietas che li caratterizzava sin dai tempi dei Pii Fratres, dalla chiesa uscirono arrendevoli i soli uomini, in sacrificio si immolarono per salvare donne e bambini, sperando nella clemenza del sovrano. Federico, colpito dalla proverbiale pietas catanese, decise di risparmiare la popolazione, non senza tuttavia un compromesso che avrebbe di fatto segnato la sua conquista: fece passare sotto le forche caudine i cittadini immolati presso la Porta di Mezzo o secondo altri presso la Porta della Decima. Di questo dettaglio rimane una frase sulla seconda formella in basso da destra del portone di cui più sopra abbiamo avuto modo di trattare. Qui, a commento di un libro aperto (il libro di preghiere di Federico) su cui è riportata la frase latina di cui sopra e di una corona imperiale e di uno scettro capovolti (segno della caduta del potere dell'imperatore), vi è riportata la frase

Impietas Pietate Refellitur

Otto anni dopo detti eventi iniziò il cantiere del Castello Ursino, secondo la leggenda eretto come monito alla città. In realtà alla sua costruzione partecipò la cittadinanza stessa, autotassatasi per il suo completamento, in cui parteciparono le principali etnie religiose civiche: testimoni sono i candelabri ebraici (Menorah) e le croci greche inscritte nel cerchio di chiara origine ortodossa, realizzati a mosaico sulla malta che legava le pietre delle facce esterne dell'edificio. Lungo tutte le pareti inoltre sono visibili linee continue orizzontali che segnano i giorni di pagamento. I catanesi dunque non vedevano una minaccia nel grande cantiere che essi stessi stavano contribuendo a realizzare, anzi: fino al 1483 il Castello era un tutt'uno con la città e solo in quell'anno venne iniziata la demolizione dei caseggiati della Judeca di jusu che lo circondavano per la realizzazione della vasta piazza d'armi che per oltre duecento anni lo circondava.
Una nicchia Gotica in cui è alveolata l'aquila con la lepre tra gli artigli rappresenterebbe il vero monito alla città: il sovrano tiene in pugno gli attoniti catanesi. Tuttavia l'araldica e la simbologia medioevale ci raccontano diversamente: è il trionfo della potenza sull'inerzia, della prosperità sulla solitudine. In pratica è il simbolo imperiale che trasmette un senso di presenza attiva e non distratta o lontana. Teniamo conto anche del fatto che dal basso la lepre non appare visibile, pertanto essa non doveva essere di chiara comprensione per il popolino.

La nicchia in cui è alloggiato il gruppo scultoreo. La lepre talora è erroneamente indicata come agnello.


Accade però che un altro insieme di figure alveolate in una nicchia (un lavoro artigianale forse posteriore al 1373) sembra voglia fare il verso a quanto precedentemente descritto: una figura femminile, ieratica e coronata, in piedi con gli attributi di Sant'Agata si trova a calpestare una figura antropomorfa (un demone?) ai suoi piedi. Stessa posa, ma con un dinamismo tutto barocco, è la statua di Sant'Agata di piazza dei Martiri, nell'atto di uccidere la serpe della peste del 1743. La peste viene rappresentata simbolicamente come un serpente, un mostro alato o talora come figura antropomorfa: non ci sentiamo dunque di escludere che questa icona possa essere stata eretta a memoria del cessato pericolo dopo la terribile Peste Nera del 1347. Tuttavia la suggestione che le due icone, curiosamente situate esattamente una di fronte all'altra in perenne sfida, siano le due parti della leggenda (Federico che sottomette i catanesi e Sant'Agata che sottomette l'Imperatore) è alta e aumenta se consideriamo che l'edicola della Santa venne eretta proprio in prossimità di quella Porta di Mezzo, accanto cui vi era la chiesa di Santa Maria delle Grazie, la cui effige in un affresco del Trecento decorava l'interno della porta, accanto a Sant'Agata avvocata dei Catanesi, sotto il cui arco passarono in segno di umiliazione i cittadini... L'evento venne tenuto a perenne memoria anche dai matrimoni (non molto tempo fa ancora si usava portare il bouchet nella cappella delle Grazie) e durante la Festa di Sant'Agata il simulacro si fermava davanti alla cappella, nel sito dov'era eretta la Porta, prima che crollasse, quale segno che l'evento storico faceva parte del quotidiano cittadino, una sorta di ricordo ancestrale da perpetuarsi nella vita di tutti i giorni.

L'icona di vico degli Angeli.

Tornando al Castello Ursino, ci rendiamo adesso conto che il suo ruolo – sebbene tradizioni e leggende lo rivestano di altri significati – dovette essere un altro, forse più sottile, che quello di monito e di controllo. Federico, sappiamo per certo, era un uomo avvezzo a usare certe simbologie medioevali, talora rese lampanti, per dichiarare la sua precisa posizione. Ecco che il Castello sorge a guardia del golfo, a una cinquantina di metri dal mare, a fare da contraltare alla chiesa-fortezza latina. Esso, più vasto della seconda, si presenta ben più capiente e più facilmente difendibile e difatti sarà anche usato in alcune occasioni quale rifugio per i cittadini assediati. Propone così una alternativa al rifugio della chiesa. Assieme al Castello, nel medesimo anno, come se si firmasse una sorta di sodalizio, Federico concede alla città un privilegio lontano un secolo e mezzo: la riscatta dal feudalesimo elevandola a città demaniale. Catania è libera.
Federico concede anche alla città di avere un suo simbolo civico che sostituisca l'immagine di San Giorgio imposto dai sovrani Normanni. Nasce quindi nel 1239 il lungo legame tra Catania e il suo Elefante, che prende il nome da Eliodoro, antivescovo del VIII secolo il cui bizzarro carattere è anche un perfetto spaccato della figura anarchica e rivoluzionaria che ispirò forse il sovrano Svevo.

Il Liotru, simbolo di Catania, è anche il simbolo del suo riscatto da città feudale sin dal 1239.

Ma questa è un'altra storia che, la libera città di Catania, demaniale a partire da quegli eventi, qui e là continua a raccontare.
A modo suo.

Da spazio degradato ad area verde: il segnale di civiltà di alcuni giovani catanesi

Tra i tanti catanesi che ogni giorno, muovendosi tra le strade della città, ancora si indignano e storcono il naso di fronte a degrado e incuria, c'è anche chi ha deciso non soltanto di criticare e lamentarsi -giustamente- contro l'immobilismo dell'amministrazione pubblica, ma anche di agire in prima persona. È il caso di un gruppo di ragazzi che, conosciutisi attraverso le pagine del Forum di Architettura e Urbanistica "Skyscrapercity.com" e la pagina dedicata a Catania di Facebook, hanno pianificato e condotto a termine una significativa azione di recupero di un piccolo spazio urbano lasciato al più totale abbandono. Un flashmob, un'azione di "Guerrilla Gardening", chiamatelo come volete: il risultato è che dei cumuli di terra racchiusi tra asfalto e cemento, ricettacolo di rifiuti e pieni di sterpaglie ed erbacce, adesso si sono trasformati in aiuole pulite, curate, con nuove piante che, ancora piccole, già simboleggiano la voglia di civiltà e di verde che c'è in questa città.

Era lo scorso venerdì mattina, il 12 ottobre, quando Andrea, Armando, Daniele, Davide, Iorga e Luca si sono radunati, alle 9.30,  presso l'incrocio tra viale Alexander Fleming e viale Andrea Doria, lungo la corsia est che immette nella circonvallazione in direzione Ognina.
Qui, armati di guanti, zappe, vanghe, cesoie e sacchi, si sono subito messi al lavoro per ripulire quelle che potenzialmente dovevano essere delle aiuole già da un paio d'anni, ovvero da quando in quest'incrocio era stato realizzato un sottopassaggio veicolare, ma che mai erano state minimamente curate.
Cinque ore di duro lavoro sotto il sole, decine e decine di sacchi di sterpaglie riempiti e poi conferiti in apposite isole ecologiche, ma anche immancabili bottiglie di plastica, lattine, pacchetti di sigarette a non finire e altri rifiuti (finanche pericolosi) finalmente rimossi.

Se la pulizia è stato il lavoro più faticoso, la successiva posa di piante per rendere questo spazio decoroso è stato il momento più emozionante: sono stati messi a dimora vari tipi di piante grasse, oleandri, cycas, melograni e una piccola palma Washingtonia, grazie anche alla collaborazione di parenti e amici dei ragazzi che, pur non potendo partecipare materialmente all'azione di recupero, hanno voluto comunque contribuire all'iniziativa per migliorare la propria città. E questa dotazione di verde promette di aumentare, visto che l'intenzione condivisa del gruppo è quella di tornare sul luogo periodicamente sia per manutenzione che per collocare nuove piante: tutte, evidentemente, biocompatibili.

Lo stato iniziale in cui si trovavano le "aiuole"

Prima dell'intervento
Volontari al lavoro
Il gruppo di lavoro. In piedi: Davide e Iorga
Seduti: Luca, Daniele, Armando e Andrea
Uno dei carichi post pulizia
Posa della Washingtonia
Dopo l'intervento
Dopo l'intervento



Il confronto (montaggio di Archeo)
Le immagini che mostrano la differenza tra prima e dopo l'intervento parlano chiaro. I ragazzi promettono di non fermarsi qui e, oltre alla cura di questo spazio, stanno già individuando altre possibili aree dove intervenire analogamente. Ma l'intento è anche quello di lanciare un segnale forte all'amministrazione comunale, affinché d'ora in poi si prenda cura di spazi come questo.

sabato 13 ottobre 2012

Largo XVII Agosto vittima dell'incuria

Continua il viaggio all'interno del quartiere della Civita che Urbanfile Catania ha intrapreso nei giorni scorsi, prima con la denuncia sulle condizioni di piazza Cutelli e quindi con la storia della Moschea della Civita. Abbiamo ricevuto un'importante segnalazione da un cittadino da sempre attento alle tematiche locali sociali ed urbanistiche, curatore della pagina Facebook "Cronache dalla Città - Periferia Catania" nonché abitante proprio del quartiere della Civita.

Ecco la sua testimonianza su uno degli spazi pubblici più importanti del quartiere che, al pari di piazza Cutelli, dopo la recente riqualificazione ha conosciuto nuovamente il degrado.


Nel 2008 giungevano a termine i lavori di ristrutturazione nel cuore pulsante della Civita: si trattava innanzitutto di largo XVII Agosto e delle strade limitrofe come via Vadalà e via Billotta. I lavori erano consistiti nella totale ripavimentazione, nell’installazione di nuova illuminazione, nel posizionamento di panchine e alberi. Finalmente il degrado e l’incuria lasciavano posto al decoro e all’eleganza di semplici e piacevoli soluzioni di arredo urbano.
Nel 2010 arrivava anche la reWALLution firmata Lapis che, per i suoi vent’anni, aveva invitato writers italiani ed internazionali per dar vita e colore alle facciate grigie dei palazzi prospicienti largo XVII Agosto: opere di Bo 130, Microbo e Guè.
Questi sforzi, istituzionali da una parte e privati dall’altra, non sono serviti ad una reale presa di coscienza né da parte degli abitanti del quartiere, tantomeno dagli avventori del fine settimana.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un albero segato alla base e mai sostituito, sporcizia diffusa, panchine imbrattate e soprattutto un parcheggio abusivo che dal venerdì alla domenica diventa una bolgia infernale.








C’è da notare che l’area è una Zona a Traffico Limitato ma non esistono dissuasori né altri accorgimenti per mantenerla tale. La carenza dei parcheggi in centro fa sì che largo XVII Agosto non riesca mai ad essere sgombra dalle auto: regolarne l’accesso consentendolo solo a residenti ed autorizzati sarebbe un ottimo contrasto alla sosta selvaggia.
Il rispetto deve partire innanzitutto da chi nel quartiere ci vive, così che chi viene occasionalmente capisca che largo XVII Agosto e la Civita non sono terra di nessuno.

Salvo Costantino



mercoledì 10 ottobre 2012

Un tetto per pregare: la lunga storia della Moschea della Civita

    Keith Abdelhafid, imam della comunità islamica catanese, assicura che entro luglio sarà pronta la Majid di Catania, ricavata nei locali dell'ex Teatro Nazionale.
Prima di giungere a questa importante tappa per i musulmani che abitano la città, in realtà, vi sono state lunghe attese, rinunce, compromessi inaccettabili, ma anche un vago ricordo delle deportazioni che, a differenza della più numerosa comunità ebraica, passarono colpevolmente in sordina nel grande libro della Storia d'Europa.



Come il lettore avrà già avuto modo di intuire dai precedenti articoli, anche in questo caso bisognerà partire da lontano, esattamente dal IX secolo, quando un nutrito insieme di eserciti Berberi, proveniente dal Magreb e da quasi un secolo islamizzato, intraprese la conquista della Sicilia, scrivendo un capitolo affascinante quanto non del tutto chiaro della nostra storia. I Musulmani di Sicilia, come li definì saggiamente lo studioso Michele Amari, ebbero un rapporto rispettoso nei confronti delle città conquistate: a differenza dell'uso antico, infatti, non rasero al suolo gli edifici, ma quasi certamente preferirono semplicemente convertirli a nuovo uso. Si spiega così il mancato ritrovamento di architetture databili ai quasi cento anni di emirato in Sicilia e nel contempo la presenza di oltre trecento moschee a Palermo, secondo quanto tramandano Ibn Hawqal e Ibn Idris, molte di esse precedenti templi cristiani o private abitazioni. Le medesime fonti testimoniano anche per Catania una ricca quantità di edifici di culto nella città etnea, alcune forse antiche chiese convertite all'uso islamico. Purtroppo nessuna traccia - documentaria o archeologica - ci ha permesso, né permette tuttora, di identificarne alcuna.


L'area della Civita, dalle strade irregolari e piccole piazze.
(Tratto da N. van Aelst, La Clarissima città di Catania Patria di S.ta Agatha Verg. et Mar., Roma, 1592).

Accade che, all'inizio del secolo XI, una nuova forza si impone nel gioco politico isolano: dalla Calabria, già conquistata da Roberto il Guiscardo, sbarcano gli uomini del nord, i Normanni. La loro politica, altrove bellicosa e distruttiva, qui si placa e trova sovente compromessi considerati innovativi per il periodo. Le coorti siciliane si popolano di personalità di ogni etnia e le città spesso si trovano ad essere equamente distribuite da comunità religiose differenti. L'esempio più intrigante è Randazzo, dove periodicamente la chiesa principale di una delle tre comunità (Greco-Ortodossa, Lombarda, Latina) veniva eletta matrice di tutta la città.

A Catania viene fondata la diocesi cristiana da Ruggero I nel 1092, con guida l'abate bretone benedettino Ansgerio, il quale diventa anche signore feudale della città. Il culto greco è ancora testimoniato nel 994 e nel 1040 con i vescovi Leone III e Umberto, ma non è chiaro se con l'istituzione della nuova diocesi esistesse una comunità Greca. Gli Ebrei avevano la loro Giudecca nei quartieri occidentali (la Iudeca Suprana, ossia il piano della Cipriana), da cui si spostarono inglobando anche i quartieri a sud fino all'odierna Pescheria. E i Musulmani?

Sulla base dello studio delle antiche planimetrie appare evidente che i quartieri orientali della città, situati al di là della Platea Magna, oggi piazza Duomo, non rispettino la regolarità delle arterie dei quartieri occidentali. Alcuni autori ritengono pertanto che quelle zone, corrispondenti grossomodo all'attuale quartiere Civita, potessero essere l'area di concentrazione della comunità islamica superstite alla conquista cristiana. A noi sembra un'ipotesi piuttosto ragionevole, specie se supportata dal confronto con Palermo i cui quartieri islamici sono ben noti. In quest'area esisteva il tempio principale, la Majid Ǧama o "Moschea del Venerdì", che richiamava i fedeli per le preghiere settimanali.
La tradizione identifica il tempio con la fu chiesa di San Tommaso Apostolo.


Planimetria di Ittar (1833), particolare della Civita.
Al n° 177 corrisponde la  chiesa di San Tommaso.

Siamo nel 1170, il nuovo vescovo eletto di Catania è Roberto e a Canterbury muore Thomas Becket, santificato tre anni dopo come Tomaso Cantuariensis. Roberto requisisce la moschea e la converte al Cristianesimo, intitolandola al santo inglese. Più tardi verrà preferito il culto dell'Apostolo Tommaso, forse in quel 1571, quando vi si fondò la Compagnia dei Marinai. Sede di parrocchia dal 1401, dal 1446 venne annessa alla regia Cappella di Santa Maria dell'Elemosina, oggi nota come Collegiata. Nel 1640 fu privata dei Sacramenti e nel 1679 venne consegnata alla custodia delle monache di Santa Lucia. L'antica Majid Ǧama ormai luogo di culto cristiano venne distrutta dal sisma del 1693 e ricostruita sette anni dopo da don Andrea Reggio e Saladino a una navata, con abside piatta e una serie di cappelle laterali, come si evince dalla planimetria di S. Ittar edita nel 1833. Nei ricchi interni, ci racconta Giuseppe Rasà Napoli (Guida e breve illustrazione delle chiese di Catania e sobborghi, Catania 1900), si ammiravano il soffitto ligneo, gli antichi quadri di Santa Rosalia e di Santa Maria di Portosalvo con San Tommaso (residui dell'antico tempio), la settecentesca tela del Martirio di S. Andrea (cui fu convertita la chiesa nel 1700 dal Reggio).
In tempi indefiniti del Novecento, tuttavia, questa chiesa già moschea dalla memoria storica di notevole interesse, abbandonata e forse crollata, sparì. Oggi, nel medesimo luogo, appare un palazzetto anonimo appartenente al periodo del "boom" edilizio catanese, a cavallo tra gli anni '50 e '60, indice di un mondo e di una memoria sfumata via, cancellata.

La facciata degli edifici che hanno soppiantato l'antica chiesa di San Tommaso, nella via omonima,
già Moschea del Venerdì.
Passano i secoli e quella comunità musulmana che Federico II si guardò bene dal mantenere in Sicilia, viene sostituita da nuove generazioni che timidamente fanno capolino verso la fine degli anni '70, a una decina di anni dalla scomparsa di quello che fu un tempio islamico, e piano alla volta iniziano ad adattarsi a questa "nuova" Catania. Nuove genti del nuovo Magreb - ora Tunisini, Marocchini, Algerini - ma anche da Senegal, Mauritius, Sri Lanka, Pakistan portano con sé un nuovo Islam, una nuova energia religiosa che solo occasionalmente nei secoli passati si sarebbe vista in Sicilia.

Sin dal 1980, per prima in Italia, a Catania sorge in via Castromarino una nuova Moschea, per volontà dell'avvocato Michele Papa e su progetto di un architetto egiziano. Leggendo da un articolo di Francesco Pontorno (Un teatro trasformato in moschea) apprendiamo che le condizioni che la videro sorgere non furono del tutto chiare, in quanto l'avvocato pare sia stato uno stretto amico del fu dittatore Muammar Gheddafi. Anche la scritta che campeggiava sul prospetto (Michele Papa aedificavit) appare piuttosto fuori luogo (in un tempio islamico è vietata la riproduzione dell'essere umano, figuriamoci quanto sacrilego possa essere il gesto dell'appropriazione del merito di averlo edificato!). Alla fine degli anni '80, ad ogni modo, anche per questioni logistiche ed economiche, la moschea perse sempre più fedeli i quali si organizzarono diversamente.
La prima moschea d'Italia in via Castromarino, oggi residenza di privati.
Caso vuole che i musulmani di Catania siano tornati ad occupare quel quartiere un tempo islamico, frequentando due moschee organizzate alla buona, in un garage e in uno scantinato. Ci piace ricordare in merito una frase di Mufid Abu Touq, tratta dal medesimo articolo di Pontorno: "Quando un musulmano arriva in Sicilia vi riconosce subito la terra dei padri".
Leggendo un altro articolo, a firma Claudia Campese (A luglio pronta la moschea di Catania. L’imam: «Luogo di scambio e cultura») si toccano altri elementi chiave della lunga attesa per un luogo di culto islamico in città, che sia libero e per tutti. Si parla di integrazione, di parla di burocrazia, si parla anche di lingua.
Prendiamo l'aspetto economico. Realizzare una moschea ha i suoi costi e infatti il primo edificio realizzato a Catania venne finanziato dal governo di Tripoli. Consci che un compromesso del genere avrebbe comportato notevoli rischi come implicazioni politiche non di poco conto, i fedeli iniziarono una lunga "odissea religiosa" - che nulla ha a che vedere con l'Egira che il Profeta compì quasi 1400 anni prima, ma che certamente ha visto notevoli prove di fede dovendosi scontrare con la burocrazia nostrana - tentarono la richiesta di concessione di spazi per la preghiera in città. Alla fine, la corposa comunità, priva di una bandiera politica o di una nazionalità, ha fatto da sé, raccogliendo in quasi vent'anni i fondi necessari, anche grazie ai contributi dei rispettivi familiari in madrepatria, così qualche anno fa acquistarono il vecchio Teatro Nazionale e iniziarono - ancora, in sordina - i lavori per la realizzazione di una grande Moschea, la più grande del Mezzogiorno.


I ruderi del Teatro Nazionale prima del restauro (2010).
La costruenda Moschea durante i restauri (2012).
La Moschea dopo l'inaugurazione (2013).
Il vecchio Teatro, ormai ridottosi alle quattro pareti e coperto da una pietosa tettoia in amianto, ebbe una vita breve, ma intensa e gloriosa: fondato nel 1886 vi recitò Eleonora Duse tre anni più tardi, mentre nel 1899 vi cantò Titta Ruffo, allora esordiente, l'anno in cui il teatro avrebbe chiuso definitivamente i battenti.
Acquistato e restaurato dai fedeli musulmani, sta prendendo forma ogni giorno che passa, trovandosi ad avere due piani dedicati alle funzioni religiose (il secondo è un "matroneo" alla islamica, in modo da concedere anche alle donne la libera partecipazione alle preghiere) e un  ampio sottotetto in cui poter organizzare conferenze e lezioni di arabo e italiano nelle aule adiacenti. Il nuovo tetto perde finalmente il tossico amianto per un rivestimento in tegole, tranne per il lato orientale, quello su via Porta di Ferro (angolo piazza Cutelli), dove sorgerà una cupola-lanterna in grado di illuminare il muro della Qibla su cui si aprirà un luminosissimo Mihrab orientato a sud-est, in direzione della Mecca. Al suo fianco probabilmente si innalzerà un piccolo Minareto per il richiamo dei fedeli.
Le lezioni di italiano che si terranno nella nuova struttura, inutile dirlo, saranno finalizzate all'inserimento nella nuova società da parte degli immigrati, mentre l'arabo verrà insegnato per mantenere il ricordo della propria lingua madre, ma sarà possibile anche per gli italiani accedere ai corsi, in un clima di reciproco scambio, di culture e di saperi, come di lingue e di sensazioni.
Il clima di indipendenza dalla geopolitica e di coesione tra i membri della comunità islamica catanese - che ricordiamo contare membri da paesi africani quanto asiatici - e l'apertura nei confronti della città riecheggia quasi quel vecchio clima di ospitalità che i Normanni ebbero modo di conoscere e apprezzare al punto da far proprio nel loro modo di essere in Sicilia. Per una volta la convivenza e la pace tra i popoli fa notizia.
Chissà che non faccia anche scuola.
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