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domenica 13 novembre 2016

Tour in Coppola: VII - Etna: la Montagna dona, la Montagna toglie

Tour in Coppola: VII - Etna: la Montagna dona, la Montagna toglie

Il lungo cammino di Tour in Coppola continua. E non può escludere Lei. La "Montagna". La più alta cima di Sicilia è lì che svetta da sempre, a meravigliare, a riempire, a modificare le esistenze di chi vive ai suoi bordi, dimenticandosi talora che in realtà parliamo di uno stratovulcano.


L'Etna.
La madre creatrice, il padre distruttore.
Un piccolo universo a sé stante o, se vogliamo, l'origine stessa dell'universo. La nascita del suolo, la sorgente di vita. Il punto di non ritorno.
Si racconta che il filosofo Empedocle, alla ricerca degli elementi, i semi li chiamava, salì in cima al vulcano per capirne la formazione e accidentalmente cadde nella sua immensa bocca trovando la sua fine. L'Etna avrebbe poi rigettato uno dei suoi bronzei sandali, a eterno monito contro i maldestri escursionisti improvvisati.
Ma i filosofi del passato morivano facilmente di morte immaginaria, epica o insulsa, come i tragediografi: basti ricordare la fine di Eschilo, la cui calvizie fu scambiata per un sasso da un rapace, che vi lasciò cadere una testuggine per romperne il guscio.
L'Etna poi sembra attirare a sé personaggi tra i più stravaganti, i quali cercano di solito chimere, leggende inesistenti, perdendosi tra le glabre rocce che qui prendono il nome di sciara. Come quel fantasioso e crudele vescovo - per alcuni Gualtiero di Palearia - il quale smarrì il suo cavallo. Minacciandolo di morte in caso di fallimento, inviò il suo stalliere alla sua ricerca; questi trovò una grotta, al cui interno anticipato da meravigliosi giardini di pietra si ergeva un magnifico castello dove troneggiava nientemeno che l'anima di Arturo, il re per eccellenza, il quale lo mandò indietro a dire che il cavallo lo aveva in custodia lui, ma se il vescovo lo voleva riottenere doveva salire da sé a cercarlo, ma non un capello avrebbe dovuto torcere allo stalliere; il vescovo punì severamente il suo servo quando rientrò, andando poi alla ricerca dell'animale smarrito. Non trovò mai la grotta, ma nemmeno la strada di casa, morendo da solo in mezzo alle desertiche sciare.

La Montagna.
Per gli abitanti del posto è la fertile cima ricca e rigogliosa, il quale suolo è talmente ricco, diceva Strabone, che le vacche mangiandone i prodotti si ingrassano talmente tanto che gli uomini sono costretti a salassarle per evitare che esse scoppino.
La sagoma indimenticabile e riconoscibile è il punto di riferimento per eccellenza, in quest'Isola-Pianeta senza meta, e il siciliano che ritorna dopo un viaggio - per esso stare anche solo un giorno lontano è l'eterno - si sente a casa solo quando ne vede la cima, tanto alta da soverchiare le nuvole stesse.
Ed è come se qui tutte le cose acquistassero un sapore nuovo, diverso, intenso. La ricchezza del suolo, l'abbondanza di argille nel sottosuolo - che consente a valle la presenza di rigogliose sorgenti - e quel clima che uccide gli uomini e le piante, ma nella sofferenza le rende uniche e dall'intenso sapore. E profumo.

Come il profumo delle zagare, il cui frutto - esso sia l'arancio, il limone, il mandarino - diventa un imperfetto capolavoro del gusto: dalla forma irregolare fuori, ma il cui sapore non ha eguali al mondo. E proprio le arance acquisiscono eccellenti proprietà organolettiche diventando rosse, talora intense come nelle qualità Moro e Sanguinella, a causa delle forti escursioni termiche giù, nella valle a sud-ovest tra Paternò ed Adrano. O le nocciole a est, tra Zafferana e Linguaglossa, piccole, deformi, brutte. Ma inimitabili. E il rinomato pistacchio a nord-ovest, verso Bronte, anche lui piccolo e imperfetto.
Ma la regina indiscussa è la vite, la pianta il cui frutto portò alla perdizione il grande patriarca, Mosé, e nel contempo onorò quell'ambiguo dio i cui culti dettavano le stagioni, i ritmi della vita, i momenti di pace e di guerra, Dioniso. Il vino etneo ha una gradazione alcoolica talmente elevata, che veniva prodotto fino alla metà del XX secolo quasi esclusivamente per "smezzare" i delicati e leggeri vini piemontesi e francesi: si raggiunge anche il 15% di volume in alcool. Questo per via della carenza di acque superficiali, per le escursioni termiche tra le caldi estati siciliane e i rigidi inverni dell'alta quota, nonché per i terrazzamenti in cui alloggiano le piante, resi il più stretti possibile. La vite accumula poca acqua e nell'uva si concentrano gli zuccheri i quali stabiliscono il tasso alcoolico durante la fermentazione.

Il Vulcano.
Perché un immenso vulcano è l'Etna. Anzi. Uno stratovulcano, una vera e propria matriosca composta da una serie di vulcani e vulcanismi che si sono sovrapposti nei millenni che si sono susseguiti. Da quei fenomeni che coinvolsero il suolo oceanico dell'estinto Tetide, diventato il Mediterraneo, intorno ai 700 mila anni fa e sviluppatisi seguendo un arco che va da sud verso est seguendo quasi la costa, attraverso attività fessurali si creò la prima struttura portante di ciò che esiste oggi, un insieme di stratificazioni di tipo toloeiitico che prende il nome di livelli basali e tra i 500 e i 300 mila anni fa si formarono i banconi verso sud-ovest; quindi vi fu uno spostamento dei centri eruttivi e la formazione del sistema delle Timpe, vere e proprie falesie laviche; fino ad attività esclusivamente subaeree tra i 110 e i 60 mila anni fa, con il sorgere della Valle del Bove, erroneamente definita caldera. Il Monte Calanna fu il primo imponente vulcano, sostituito dall'esplosivo Trifoglietto (I e II), caratterizzato dalle temibili eruzioni pliniane, quindi sorse l'imponente mole di un vulcano mai più eguagliato durante la genesi dell'Etna: l'Ellittico.
Vissuto quasi 40 mila anni, tra i 55 e i 15 mila anni fa, la sua mole dovette essere la più antica figura che i primi abitanti siciliani conobbero. Il gigante per assoluto, l'Ellittico con i suoi quattro chilometri di altezza. A seguito dello svuotamento della camera magmatica, la struttura cedette al di sotto del suo stesso peso. Fu un evento che certamente rimase impresso nelle memorie del primo Uomo di Sicilia e, secondo alcuni filologi, fu l'evento che diede origine a molti miti del Mediterraneo, tra cui, la Titanomachia.

L'immensa caldera ellittica - avente due chilometri di asse maggiore - venne comunque interessata da nuove eruzioni che crearono il Mongibello Antico. Questo collassò ancora una volta durante lo svilupparsi delle prime società evolute di Sicilia, durante quella attività che forse fu l'immensa eruzione ricordata da Tucidide ed erroneamente riportata alla fine dell'Età del Bronzo, causa della fuga dei Sicani dalla Sicilia orientale. Sulle spoglie dell'Antico sorge adesso il Mongibello Recente, il quale in realtà costituisce il condotto principale di un sistema vulcanico complesso.
L'Etna è costituito infatti da un bacino magmatico che intercetta gli strati argillosi pleistocenici e da una serie di condutture magmatiche la cui esistenza è condizionata dal capriccio dei gas che dal Mantello salgono verso la Crosta. Come la reazione tra le bevande gassate e la soda. Il condotto principale alimenta costantemente le Bocce Centrali (il Sud-Est, la Voragine, il Nord-Est, Bocca Nuova e il più recente Nuovo Sud-Est), ma il peso della stessa struttura lavica tende ad un continuo e lento collasso in espansione, causa di fessure lungo le quali talora si aprono condotti secondari da cui viene emessa lava, per via esplosiva ed effusiva. Sono le ferite sulla pelle del vulcano, da cui fuoriescono zampilli e lingue di quel sangue di roccia che tutto distrugge. Sono crateri dalla effimera vita, imprevedibili, ma situati lungo direttrici ben precise.
Lungo la fessurazione si accumula il materiale emesso dalle "fontane" di lava e sorgono i "Monti" talora disposti in fila come bottoni (da cui il termine di bottoniera), alla sua base rimane il brullo deserto - e dalla mediazione della lingua araba di صحراء, sahra', il siciliano sciara - che ricopre il vecchio suolo distruggendo tutto ciò che esso produceva. Solo il tempo e le generazioni di piante susseguite riescono a rendere il nuovo suolo ancora una volta produttivo, ma l'Uomo davanti al capriccio vulcanico può solo piangere il perduto. Ed è allora che si rassegna.
'A Muntagna runa, 'a Muntagna leva.

martedì 19 gennaio 2016

Campanarazzu. Alle origini di Misterbianco

Dopo un lungo periodo di quiescenza, torniamo a scrivere tra le pagine del nostro blog, e ci occupiamo ancora una volta - dall'ormai lontano mese di giugno - dei beni archeologici e monumentali che arricchiscono la cittadina di Misterbianco. E lo facciamo iniziando dalla fine.

Ipotesi ricostruttiva dell'eruzione del 1669 secondo il pittore Domenico Agosta (fonte).
O per meglio dire dalla distruzione che subì quel primo nucleo abitativo, detto Monasterium Album nei diplomi quattrocenteschi, venendo sommerso dall'ignis flumen del 1669.
Il piccolo abitato, ben documentato nei carteggi cinque e secenteschi, sorgeva a ridosso di un noto monastero fondato probabilmente nel XIV secolo la cui chiesa era dedicata a Santa Maria delle Grazie e le cui pareti erano intonacate di un vivissimo chiarore, tale da ricordare l'edificio appunto quale "Monastero Bianco", donde poi il nome del villaggio.
Stampa dell'incendiato Comune
Antica rappresentazione del borgo di Misterbianco (fonte).
Questo, sorto inizialmente per le attività di supporto dei frati, si ingrandì e ottenne sempre più un carattere urbano al punto da contare più di 900 abitazioni per 3.656 abitanti nel 1652.
Appena dodici anni prima il casale, appartenente al demanio, venne infeudato per rimpinguare le casse regie sotto Filippo IV, a beneficio del genovese Giovanni Andrea Massa che due anni più tardi cedette al casato dei Trigona di Piazza il borgo, nella figura di Vespasiano, chiamato anche Francesco Mario.
Dobbiamo probabilmente a questo "passaggio di consegne" l'aspetto manierista della chiesa madre, già cappella del monastero, nel cui presbiterio si fece seppellire il Trigona, già barone di S. Cono e Dragofosso, come recita la lettera testamentaria:

Anno Domini 1668 die 7 Dicembris
Don Franciscus Marius Trigona, civitatis Plachae, abitator clarissimae urbis Catanae Dominus huius terrae Misteri Albi aetatis suae annorum triginta quinque, in dicta urbe Catanae, in domo sua animam reddidit Deo, cuius corpus fuit a dicta urbe translatum in hac praedicta terra Misteri Albi et sepultum fuit in hac Matrice Ecclesia

Ma le spoglie di Francesco Mario, il cui nipote omonimo sarà il primo a fregiarsi del prestigioso titolo di Duca di Misterbianco, non riposarono in pace a lungo: appena tre mesi dopo diversi moti tellurici annunciavano l'apertura di una fessura sul fianco dell'Etna, dalla quale si riversarono 16 km di lava, da Nicolosi fino al mare, distruggendo e seppellendo ciò che essa incontrava lungo il cammino e condizionando inesorabilmente la vita degli etnei. Il 10 marzo iniziò la formazione del cratere che prese il nome di Monti di la ruina, oggi noto come Monti Rossi, e l'indomani la lava raggiunse e distrusse Misterbianco, schivando appena qualche abitazione rurale e la chiesa degli Ammalati.

Epigrafe posta al di sotto dell'olivo ultra centenario.
La lentezza del fronte lavico, che da marzo solo a luglio raggiunse il porto di Catania, permise comunque ai misterbianchesi di salvare tutto ciò che fosse stato facilmente asportabile, ma il panico fu tale che la gente si disperse tra le campagne senza una meta precisa, così il canonico della chiesa madre fece appendere la campana bronzea della chiesa madre, opportunamente salvata, sul ramo di un vecchio olivo per chiamare a raccolta i cittadini. L'olivo, miracolosamente sopravvissuto alla lottizzazione selvaggia, è noto popolarmente col nome di Aliva 'mpittata e si trova non lungi dal sito della vecchia città scomparsa.

Interni del campanile.
La città venne ricostruita sin dal mese successivo, a partire dalla chiesa madre, eretta ad imitazione del tempio più antico. Questa è ancora oggi esistente, sebbene abbia persa il suo primato civico ed è intitolata a San Nicola.
La lava poi, raffreddandosi, offrì uno spettacolo inquietante e spaventoso, ma tra le sciare si vide un fenomeno piuttosto singolare che caratterizzò a lungo il sito. In mezzo alla roccia si ergeva ancora integro l'antico campanile della chiesa madre, come un faro che coraggiosamente si oppone ad una dragunara di petra.
Il fascino crollò con il sisma del 1693 e le macerie ostruirono quell'unico passaggio verso un mondo adesso sotterraneo.

Il campanile così diruto prese facilmente il nome ad oggi rimasto: Campanarazzu.

Confronto tra la planimetria ipotetica
e la planimetria reale
Nel corso dei secoli non mancarono ardimentosi ragazzi che si cimentavano nell'impresa di incunearsi tra le rocce dell'infausta colata. Questi raccontavano di meraviglie cui nessuno voleva credere. Vi fu poi negli anni '80 chi arrivò ad intuirne l'integrità del pavimento e alcune foto ritraenti i resti di colonne finemente decorate concretizzarono l'idea che l'edificio fosse ancora esistente e si potesse liberare dalla lava. Si abbozzò anche una planimetria, basata prevalentemente sul confronto con la chiesa di San Nicola e sulle varie esplorazioni speleologiche di quegli anni. Tale planimetria però si rivelò in parte errata.

L'antica chiesa di Santa Maria delle Grazie
(gennaio 2016).
Sulla base degli indizi fin lì raccolti, una associazione locale, Monasterium Album, sorta appositamente allo scopo di recuperare la memoria civica recuperandone i monumenti e fondando un museo, riuscì a convincere gli enti interessati - ai tempi la Provincia di Catania - ad inaugurare quella che divenne una lunga campagna di lavori che ha messo in luce l'intero impianto ecclesiastico, con l'obiettivo di renderlo fruibile e creare così una nuova e imperdibile risorsa del territorio, con l'idea che gli stessi misterbianchesi possano esserne attenti custodi ed estimatori.
Contestualmente ai lavori di sgombero si provvide alla creazione di un giardino civico con ampio parcheggio annesso, nella previsione di creare un grande parco comprendente le sciare, i ruderi e un grande querceto secolare scampato alla furia della lava.

Il sagrato cinquecentesco della chiesa,
combusto dalla lava del 1669.
Il cantiere ha messo in luce l'intero perimetro, nonostante buona parte delle pareti vennero distrutte fino a quasi un metro da terra, salvo alcune importanti eccezioni, come le due profonde cappelle che conferiscono una insolita planimetria all'edificio o il presbiterio, conservati praticamente fino all'imposta del tetto.

Davanti alla facciata si rinvenne persino l'originale lastricato a gradoni in pietra da taglio e ciottoli, costituente il sagrato della chiesa, mentre del portale sono emersi i basamenti degli stipiti, finemente scolpiti.

Gli stessi a loro volta hanno restituito numerose testimonianze di fede, sintetizzate dall'incisione di nomi, lettere, simboli, tra cui la più ricorrente è la croce.
Basamento dello stipite di destra.

Una delle maggiori sorprese fu il ritrovamento di un magnifico portale bicromo, databile al primissimo rinascimento catanese (metà del XV secolo).
Si tratta di una porta costituita da due alti stipiti lisci in pietra lavica che reggono un arco in pietra calcarea di possibile estrazione iblea.

Due pseudo-capitelli serrano l'apertura ai suoi lati, decorati a toro e scozia. Su questi si appoggiano altrettanti mensoloni triangolari che reggono un cornicione il quale chiude l'arco. Il cornicione riprende il motivo dei capitelli, cui aggiunge una processione di dentelli che seguono la curva dell'arco.
L'intradosso presenta una incavatura che ne mette in risalto il bordo bombato.

Questa tipologia di portale, sebbene indicato da alcuni quale di gusto tardo-gotico, andrebbe piuttosto inquadrata già nel rinascimento, specie se confrontata con gli analoghi esempi nella Cappella Bonajuto a Catania, dove è possibile apprezzare un processo formale che conduce al tipo del primo Cinquecento. Un portale pressoché identico, va ricordato, venne recuperato per organizzare l'ingresso all'incavo che conserva i resti della omonima chiesa di Mompileri.

Altare di Sant'Erasmo, inizi XVII secolo.
All'interno dell'edificio si rinvennero alcuni altari pressoché integri, sebbene con vistose tracce di combustione, mentre di altri si trovarono solo macerie.
Con molta pazienza i frammenti architettonici sparsi sono stati recuperati e, capitane la disposizione, se ne sta iniziando il montaggio e l'integrazione dei frammenti perduti.

Originariamente dipinti - rimane anche un affresco secentesco rappresentante forse Sant'Antonio Abate - gli altari erano tutti inquadrati in macchine rinascimentali rievocanti gli archi di trionfo romani.
Vale la pena ricordare l'altare di Sant'Erasmo, su cui vi era un incavo in cui si incastrava la statua nimbata del santo, evidentemente asportata durante il corso dell'eruzione, il quale era riccamente decorato con un trompe-l'oil rappresentante un balcone e la volta celeste resa da un amalgama di puttini.

Poco prima del presbiterio si trovavano le due grandi cappelle del Crocifisso e di Santa Maria delle Grazie.

La Cappella del Crocifisso, grazie allo studio di alcuni carteggi, è datata al 1628, poco prima pertanto la vendita del casale al mercante Massa.

La cappella era anticipata da un ricchissimo e prezioso pavimento in ceramica smaltata che trova utili confronti con i materiali rinvenuti nella cosiddetta Casa del Terremoto a Catania e databile alla metà del XVII secolo. Questo pavimento taglia il regolare tessuto delle mattonelle esagonali, tipiche nel catanese rinascimentale, creando di fatto un ampio sagrato che anticipa la cappella, il quale aspetto doveva somigliare ad un prezioso tappeto. Si potrebbe supporre l'esistenza di un cordolo o di una balaustra lignea che ne seguisse l'andamento. Tali attenzioni permettono oggi di capire quanto il culto al Crocifisso fosse particolarmente sentito in quella Misterbianco secentesca.

Cappella del Crocifisso (1628).
L'ingresso alla cappella era costituita da un ricco vestibolo rinascimentale, ancora una volta replicante il motivo dell'arco trionfale, stavolta più ampio e maestoso rispetto alle strutture degli altari laterali.
Ai lati dell'arco erano due semicolonne binate, su basi finemente decorate da motivi fitomorfi, fito-antropomorfi e rappresentanti bizzarre creature, dal corpo scanalato e di ordine corinzio.
Tra le due colonne era ricavata una finta nicchia con un altorilievo figurato. Le due statue in pietra, malta e stucco rappresentavano i santi Pietro e Paolo.
Dalla cappella si giungeva ad un vano, forse un piccolo oratorio, vista la presenza di una piccola nicchia sulla parete nord.

Cappella di Santa Maria delle Grazie (1628 ca.).
Fronteggiante ad essa era la Cappella di Santa Maria delle Grazie. Questa, per analogia stilistica, non può che essere databile allo stesso periodo della precedente.

Anche questa cappella era inquadrata all'interno di un ricco vestibolo finemente decorato nei cui lati erano ricavate due nicchie strette tra le colonne binate con rispettivi santi raffigurati al loro interno.
A differenza della cappella del Crocifisso, questa era costituita da una nicchia piuttosto che da un profondo vano, al cui interno era alloggiata la magnifica opera plastica gaginesca rappresentante la Madonna delle Grazie, asportata in tempo dai misterbianchesi e preservata dalla lava.
Ai lati dell'altare vi era un percorso costituito da gradoni, utile per il raggiungimento devozionale della statua.

La Cappella Gotica.
Gli ultimi finanziamenti importanti hanno concesso l'esplorazione e la liberazione di un vano fin lì insperato, ubicato alle spalle del nicchione entro cui era il simulacro della Madonna.

Questo vano dovette essere l'originaria cappella delle Grazie, chiusa in un secondo momento per ragioni logistiche o strutturali, da cui venne asportato il simulacro rinascimentale intorno al primo Seicento.
L'ambiente ha restituito gli originali fasci di colonnine con relative basi e capitelli, nonché un accenno di costolonatura, di squisita fattura Gotica, appartenente ad un gusto piuttosto raro in Sicilia, citando pienamente l'eleganza francese.

D'altro canto il Gotico è citato apertamente dalla presenza di un achtort, una stella ad otto punte che costituiva un insolito ingresso ad una delle sepolture decorato da semplici scanalature, un simbolo molto forte e rinforzato dal trovarsi di fronte all'altare del Santissimo Purgatorio.

La stella a otto punte, infatti, costituisce come l'analoga forma dell'ottagono la figura intermedia per eccellenza tra il quadrato - che nella simbologia medioevale rappresenta il mondo materiale - e il cerchio - simbolo invece del mondo ultraterreno - acquisendo pertanto il significato del passaggio tra la vita terrena e quella ultraterrena.

Questa magnifica bocca per le sepolture non è a sola a presentare un bordo decorato, alcune riprendono lo stesso semplice motivo, altre invece mostrano elementi di raffinata eleganza attraverso motivi incisi su lastre di marmo.

Muro del pulpito.
Vale la pena infine evidenziare altri elementi messi in luce dai lavori di sgombero dalla lava del 1669, come per esempio un alto zoccolo che circonda il presbiterio, forse base per un coro ligneo.

Questo seguiva l'andamento della parete che è stata rinvenuta piatta e non , come si ipotizzava curva in un cappellone, circondando poi con una gradinata l'altare centrale.

La parete sud del presbiterio ha restituito anche la scalinata in muratura che raggiungeva il pulpito, addossata alla parete ovest della cappella del crocifisso, oltre alla porta che doveva condurre fuori o in altri ambienti perduti, murata come meglio si poté con rocce poste alla rinfusa, nella speranza che la lava non arrivasse ad entrare.


Frammenti lapidei da Campanarazzu, all'interno del Museo di Arte Sacra di Misterbianco.

mercoledì 21 ottobre 2015

Urbanfile si è rinnovato

Era domenica 9 settembre 2012 quando abbiamo postato il primo "articolo" su Urbanfile Milano Blog. Da allora siamo cresciuti, abbiamo aggiunto altre città, creato un aggregatore. 

Oggi è giunto il momento per un rinnovo totale della nostra pagina: mettiamo ordine e cresciamo ancora un po' confermando le nostre attività "storiche" e inserendone altre che ci auguriamo vi piacciano.

Speriamo davvero che possiate apprezzare il nostro nuovo volto che ci consentirà di essere più moderni senza discostarci troppo da quello che siamo.

Nel week-end partirà la nostra nuova pagina del Blog curata da Arachno, dove raccoglieremo le nostre pagine in un unico sito. 

Continuate a seguirci sul nuovo Urbanfile Blog!





lunedì 5 ottobre 2015

Storia di ordinaria imbecillità: Alfano a Catania

Alfano a Catania (FONTE)

Angelino Alfano torna a far danni.
Il già discutibile, discusso e improprio ex Ministro di Giustizia, nonché altrettanto Ministro degli Interni ed ex vicepresidente del Consiglio, noto per la sua partecipazione in un matrimonio per nulla istituzionale ai tempi dell'ARS (sebbene, a suo dire, egli fosse ivi presente per l'amicizia con lo sposo e che della mafiosa famiglia della sposa non conoscesse alcuno), nonché per già altre interrogazioni parlamentari, giunge a Catania in una sfarzosa e scomoda festa di San Michele, scomoda perché politicamente fuori luogo e fuori contesto, visti i tagli che le Forze dell'Ordine hanno dovuto subire in un periodo di crisi che - a quanto pare non per tutti - stenta ad essere superata.
E già che c'è partecipa ad una festa non istituzionale per l'inaugurazione di un ristorante in centro, aperto in via Antonino di Sangiuliano.
Nulla di male essere ospite ad un evento privato. Ma magari fosse stata senza auto blu, scorta armata e rimozione forzata e ingiustificata delle automobili in sosta in tutta l'area orbitante piazza Manganelli si sarebbe anche potuto concedere. Peccato che il Ministro degli Interni - non sappiamo quanto di sua stessa richiesta - sia stato ricevuto come un capo di Stato in visita ufficiale. Ma la notizia è vecchia. E il danno assieme alla beffa pure.
Ma non contenti della prima beffa a danno dei catanesi, le istituzioni persistono in una vicenda che se non fosse reale vi sarebbe da ridere per la ridicolaggine,
Il Viminale ha emesso una nota dai toni per nulla istituzionali e per nulla leggeri, quelli tipici di chi ha il dente avvelenato o il carbone bagnato:
Ora ci limitiamo a dire che è un classico caso in cui la malafede, per eccesso, sconfina in imbecillità. Valuteremo azioni legali risalendo a chi ha per primo dato la notizia e a chi l'ha diffusa.
La nota si commenta da sé.
Un procedimento legale è nel frattempo partito: l'interrogazione parlamentare del deputato Walter Rizzetto su un gesto che definire grave costituisce una riduzione dei termini, nei confronti di Alfano. Il quale ricordiamo non essere nuovo ad accuse istituzionali (come quando fece togliere la videosorveglianza nei pressi dell'abitazione di un pm che ricevette minacce di morte), quasi tutte evidentemente passate nel dimenticatoio.
Buffo notare quanto il ministero che dovrebbe gestire l'ordine pubblico, per un assurdo paradosso sta lì a creare disordini.

martedì 4 agosto 2015

Lettera sull'incendio del Viale Africa

Il rogo all'ex Raffineria;
foto di MeridioNews (FONTE).
Riceviamo questa nota dal Comitato Antico Corso:

Da mesi partecipiamo ad una "fabbrica" cittadina con impegno (nostro e di molte altre organizzazioni) costante senza che, tuttavia, si riesca a far rientrare nella discussione del cosiddetto "decoro" alcuna delle tematiche che darebbero senso ad una VERA politica di Rigenerazione urbana, di strategia economica e di sviluppo urbanistico oltre che condiviso, logico e rispettoso dei termini ambientali su cui il presente Papato,  gli Stati Uniti e la stessa Cina sembrano aver preso coscienza dell'emergenza.

Prevalgono invece logiche di dissipazione delle risorse, ulteriormente discriminatorie ed anti solidali, dove ancora una volta il bene pubblico diventa indisponibile per qualsiasi politica sociale ed atto solamente ad una infinita sequela di appalti in successione per ripristinare il ripristino ed il ripristino del ripristino in una fornace che divora Milioni di Euro e brucia risorse diversamente utilizzabili per garantire i diritti essenziali ai cittadini e, in una doverosa dimostrazione di civiltà, anche degli occasionali immigrati.

La scuola passa in terz'ordine (e nel centro storico abbiamo un recente esempio), la Sanità diventa un lusso e la possibilità di prevenzione cala ogni giorno di più.

Il rogo dell'area di Viale Africa è l'ennesima dimostrazione di come il denaro dei cittadini sia tenuto minimamente in considerazione.

La discussione sull'assegnazione dei beni pubblici langue nella palude delle piccole unità e nell'esercizio della “anticipazione pittorica” (oggi si chiama Rendering, così il cittadino, ingenuamente, crede di trovarsi davanti a qualcosa di tangibile) mentre per i grandi spazi si lascia che accadano tutte le fasi del degrado: mancato completamento, mancata utilizzazione, mancata sorveglianza, mancata pulizia, fino alla perdita totale e la assolutoria formula: concesso a…., in genere altra potente istituzione in grado di ricambiare favori, ed ogni obiezione viene spenta con un: “Allora era meglio lasciarla in abbandono?” Era così che nel passato la nobiltà depredava i beni altrui?!

Intanto Catania, la tanto decantata città delle "emozioni", il "treno della Sicilia",La Milano del Sud", la quintessenza dello spirito di iniziativa, dimostra solo di avere una grande entropia disordinata, caotica ed assolutamente inutile in un mondo di cui Catania non fa parte, da tempo: un mondo in cui si programma nell'interesse pubblico, non solo di quello privato. Una città che pur investita da un flusso migratorio non ha saputo, né voluto organizzare una vera politica dell'accoglienza e non essendo in grado di convertire i grandi contenitori in alloggi di emergenza, pensa di prendere l'ultimo treno dei Fondi Europei della misura 3.03 FSE per dare avvio a nuovi cantieri e cementificare quanto rimane della Plaja (altro che cemento zero).

Domina una logica di rapina del territorio e di depauperamento dei beni indisponibili al solo fine di fare "cassa" e neanche una "cassa" per gli investimenti, ma solo per colmare i buchi correnti che continuano, ovviamente, ad aprirsi ad una velocità maggiore di quanto non si richiudano.
Permane una logica della programmazione "consuntiva" senza tenere minimamente in conto che i disoccupati crescono in maniera vertiginosa e che il reddito pro capite è sicuramente dimezzato, in questo contesto cresce solo l’economia che non conosce e non rispetta le regole.

Intanto l'amministrazione pensa di risolvere i propri problemi economici chiedendo altro denaro ai cittadini sotto forma di balzelli e tariffe esorbitanti, mentre elargisce premi di produzione a funzionari vari (vorremmo sapere per quali risultati evidentemente non pubblici). Non abbiamo visto finora, nel concreto una vera politica di razionalizzazione della spesa, né delle scelte che mitighino le crescenti diseguaglianze, le risposte fornite , dai soldi alle regole urbanistiche,sono incomprensibili alla maggioranza dei cittadini a causa del linguaggio strettamente TECNOCRATICO: la mancanza di chiarezza lecitamente spinge a dubitare della correttezza delle scelte!

Per finire riteniamo sia utile ragionare sul fatto che termini significativi quali “partecipazione” e “ innovazione” siano entrati nel lessico corrente dei detentori del potere che, pur non condividendone i significati di democrazia compiuta, ne abusano l’uso in maniera fuorviante: sviluppo partecipato, rigenerazione urbana, processi di gestione condivisa, etc.. hanno per essi il valore del “passpartout” , mentre di fatto nessuna innovazione, nessuna rigenerazione, nessun processo partecipativo sono stati messi in campo, solo annunci.

Forse è il caso che i cittadini attivi cambino o cancellino queste parole dai discorsi per restituire forza ai principi veri.

giovedì 30 luglio 2015

Traffico urbano, una proposta per velocizzare i bus in via VI Aprile

Via VI Aprile è una breve ma fondamentale arteria di collegamento all’interno del centro di Catania, composta da due ampie carreggiate per senso di marcia: unisce piazza Papa Giovanni XXIII, dov’è sita la Stazione Centrale delle Ferrovie dello Stato, a piazza dei Martiri, una delle porte del centro storico di Catania nonché accesso, da nord, a via Cardinale Dusmet e quindi al porto.
Non a caso, anche per la mancanza di valide alternative, è una strada particolarmente trafficata, per la quale passano quasi tutte le linee di mezzi pubblici urbani su gomma dirette verso il centro storico, l’aeroporto (con l’AliBus) e la periferia sud di Catania (con, ultima in ordine di arrivo, la linea Librino Express), nonché le numerose linee extraurbane dirette verso il siracusano e il ragusano.
Purtroppo, la carreggiata ovest, ovvero quella che ospita il traffico in direzione sud, verso il porto, è sovente congestionata e il traffico veicolare appare spesso paralizzatobloccando per parecchi minuti anche i grandi bus dell’AMT (compresi quelli, sulla carta, veloci, come l’AliBus e, prossimamente, il Librino Express) e le corriere delle compagnie pubbliche (AST e FCE) e private.
 
Da queste evidenti e facilmente verificabili considerazioni nasce la proposta, assolutamente semplice, di realizzare una corsia preferenziale protetta dedicata ai bus sul lato destro della carreggiata in direzione sud, eliminando una delle due linee di sosta presenti e trasferendo i posti riservati sul lato opposto. Gli stalli che si perderebbero sarebbero appena una ventina (non va considerato, infatti, lo spazio in corrispondenza della fermata bus, ai sensi del codice stradale), mentre il guadagno sarebbe notevolissimo, potendo i mezzi pubblici contare su una corsia dedicata, esattamente come avviene con successo nella carreggiata nord di Corso Sicilia: ne guadagnerebbero notevolmente in tempi di percorrenza e quindi efficienza, fornendo anche un incentivo all’utenza del mezzo pubblico. La corsia protetta prospettata, inoltre, potrebbe anche avere un’appendice nella vicina piazza dei Martiri, giusto per condurre alla corsia preferenziale di via Vittorio Emanuele II.
Le dimensioni della carreggiata sono tali da permettere, da destra verso sinistra, la linea preferenziale protetta, due corsie per il traffico privato e una linea di sosta (più capiente di quella che si perderebbe, non essendoci fermate di mezzi pubblici sul lato sinistro della carreggiata).
Auspichiamo che l’amministrazione comunale di Catania, che si dichiara particolarmente attenta al tema della mobilità, consideri questa proposta, peraltro estendibile ad altre arterie della città (ad esempio al viale Vittorio Veneto, nel tratto compreso tra via Gabriele D’Annunzio e piazza Michelangelo Buonarroti, dove la corsia preferenziale esiste già ma, non essendo protetta, è perennemente invasa da auto in sosta illecita; o al Viale Mario Rapisardi).
Certo, in una città come Catania ogni proposta ha sempre avuto, ha ed avrà dei detrattori: ma bisogna essere coraggiosi e sapere guardare all’interesse più ampio e condiviso di cui beneficerebbe la stragrande maggioranza della collettività, rispetto a quello di pochi.






lunedì 20 luglio 2015

La Marina di Catania nei racconti di Giovanni Verga


Tra i progetti in corso che riguardano la viabilità di Catania, uno dei più seguiti è quello del raddoppio e dell'interramento del passante ferroviario urbano, destinato - sembra - a cambiare il volto della città. Una parte della scogliera verrebbe restituita ai catanesi e il lungo viadotto progettato dall'ingegnere Petit diventerebbe una greenway-highline su modello newyorkese, con piante e piste ciclabili e pedonali. Perlomeno, nella variante suggerita dal Comune su proposta dell'architetto Antonio Pavone per salvare quella parte di centro storico che circonda il Castello Ursino, minacciata dal progetto originario, si propone la creazione di un Passiaturi alla Marina.


In realtà, si tratterebbe di un vero e proprio ritorno di una passeggiata affacciante sul mare. Già, perché la creazione degli Archi durante gli anni '60 del XIX secolo fece sì che la passeggiata si spostasse dove adesso è la Stazione Centrale, la passeggiata dove buona parte dei catanesi hanno imparato a muovere i primi passi, almeno fino agli anni '80, prima che il traffico automobilistico aumentasse pericolosamente rendendo il lastricato un relitto della Catania che fu.
La Passeggiata alla Marina subì poi il colpo di grazia con il fascismo: nel 1930 il governo decise - "senza se e senza ma" - di coprire tutto con una più pratica colata di cemento e allontanare definitivamente il mare dalla città.
Prima del Molo Crispi e del viadotto ferroviario, qui era uno dei luoghi d'incontro più frequentati della città, la cui minuziosa descrizione appare tra le novelle di Giovanni Verga, prolifico autore che ebbe modo di conoscere il progressivo cambiamento dell'aspetto e dello spirito della città dalla metà dell'Ottocento fino agli albori del nuovo secolo. Una delle novelle più interessanti è per esempio Una peccatrice, romanzo del 1886, dove appare tratteggiata a tinte forti una Marina splendida, elegante, ammaliante e sensuale, ma anche sordida, sanguigna, violenta e popolare.
Vestito che fu Pietro i due amici andarono alla Marina.
I viali erano affollatissimi; la musica eseguiva le più appassionate melodie di Bellini e di Verdi; un bel lume di luna si mischiava alle vivide fiammelle dei lampioncini, sospesi in festoni agli alberi, che illuminavano i viali. Era una di quelle sere incantate che si passano su queste spiaggie del Mediterraneo, in cui lo specchio terso ed immenso del mare, che riflette tremolante il raggio dolce e pacato della luna, sembra servire di cornice al quadro allegro, vivace, animato, che formicola colle sue mille seduzioni sotto gli alberi.
Pietro si sentì come allargare il cuore e fu grato all'amico di quella piacevole sensazione; essi passeggiavano per uno dei viali più appartati.
Raimondo, amico del protagonista Pietro, lo porta a passeggio per la Passeggiata alla Marina, una serie di viali e alberi originata da quella Strada Lanaria realizzata - per prima in Europa - nel 1621, affinché egli possa togliersi dalla mente l'ammaliante Narcisa Valderi, contessa di Prato. Ma il ragazzo non riesce a farne a meno e dopo un periodo che oggi potremmo definire di stalking, lo troviamo smarrirsi sempre più inesorabilmente.
Gli parve di respirare più liberamente quando l'aria aperta lo percosse sul volto, rinfrescando il calore delle sue membra ardenti di febbre: quella dolce sensazione gli parve fargli bene. Per la strada Vittoria scese alla Marina. A misura che l'influenza di quella bella sera s'insinuava nel suo organismo, egli sentiva però crescere e giganteggiare un fantasma che voleva scacciare con tutte le forze dell'essere suo... che l'atterriva.
Sotto il Seminario, vicino Porta Marina, in una bottega, udì i suoni di alcuni strumenti da fiato e da corda che eseguivano una polka, e i passi saltellanti e vigorosi di coloro che ballavano.
«Costoro si divertono»; diss'egli, «chi sa se anch'io vi potrei almeno dimenticare!...»
Con Porta Marina, in una stampa del primo Seicento, viene indicata la Porta De Vega, dov'era il Molo Saraceno, demolita intorno agli anni 1840 e principale via d'accesso al quartiere della Civita. Tuttavia il Seminario è situato presso la Porta dei Canali, è dunque possibile che Verga intendesse quest'ultima, sita alla Pescheria. Più oltre, dopo una bottiglia di marsala, ritroviamo Pietro ubriaco tornare alla locanda della Marina:
«Ora andiamo al ballo!», mormorò con triste sarcasmo; «forse anch'ella, a quest'ora, è alla sua festa!...» E scacciando un'ultima volta quest'immagine che, anche fra i fumi del vino, anche nel momento che si stordiva per non vederla e che la fuggiva nello stravizzo, trovava modo d'inchiodarglisi ferocemente nel cervello, egli corse alla Marina; esitò ancora un istante prima di mettere il piede su quella soglia, e finalmente entrò nella bottega che precedeva lo stanzone ove si ballava. Fingendo di dover comprare sigari, domandò a colui che stava al banco se l'entrata al ballo era libera per tutti, pagando; colui lo squadrò dal capo alle piante, come sorpreso che un giovane il quale indossava abiti piuttosto eleganti venisse a cercare una tal festa; poi, alzando le spalle con ruvida indifferenza, gli rispose con un cenno del capo affermativo. Brusio, pagati alla porta i pochi centesimi che davano diritto all'entrata, passò nella sala da ballo. Era, come abbiamo accennato, una stanza assai grande, illuminata da lampade ad olio, con alcune panche disposte in giro alle pareti, su di una delle quali sedevano un contrabbasso, un violino ed un flauto che facevano saltare col movimento della polka una ventina di ballerini e ballerine.
Una sala da ballo sotto al Seminario potrebbe essere stata la camera interna di quella taverna della Pescheria, ritrovo per marinai e per gente dei bassi ceti nei tempi narrati. Questa esiste ancora e per la fama relativa allo scarso igiene della proprietaria era nota tempo addietro col nome popolare di 'Ncrasciata, la sporca.
Un altro brano, Un processo, contenuto nella raccolta del 1887 Vagabondaggio, cita apertamente la Marina e alcuni fatti che qui si svolsero. Questo racconto ruota intorno all'accusa di omicidio per il Malannata, in cui lo scrittore inserisce la deposizione della Malerba, motivo del duello amoroso in cui perse la vita Rosario Testa, già sposato e con figli, ma libertino e particolarmente attratto dalla donna, per sua ammissione "di mondo". I due protagonisti, anonimi tra queste righe, in un'altra novella contenuta nella stessa raccolta (ne Il segno d'amore) hanno i nomi di donna Concettina e Giuseppe Resca.
- Come vi chiamate?
- La Malerba -.
E siccome l'uditorio, nell'attesa tragica, s'era messo a ridere, quasi per ripigliar fiato, ella soggiunse:
- Anche lui, gli dicevano Malannata-. E indicò l'imputato nel banco.
- Di chi siete figlia?
- Di nessuno.
- Quanti anni avete?
- Non lo so.
- Che professione fate? -.
Essa parve cercare la parola.
- Donna di mondo, - disse infine.
Scoppiò un'altra risata nell'uditorio. Il presidente impose silenzio scampanellando.
- Sì, donna di mondo, - ribatté lei per spiegarsi meglio. - Ora con questo, e ora con quell'altro.
- Basta, abbiamo capito, - interruppe il presidente.
- Conoscete da molto tempo l'imputato?
- Sissignore. Questo qui me l'ha fatto lui, tre anni sono -.
E indicò fieramente uno sfregio che le segnava la guancia, dall'orecchio sinistro al labbro superiore.
- E non ve ne querelaste?
- No. Era segno che mi voleva bene.
- Foste presente all'uccisione di Rosario Testa?
- Sissignore. Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.
- E ne sapete il motivo?
- Il motivo fu che Malannata era geloso...
- Geloso di Testa?
- Sissignore.
- E a ragione?
- Sissignore -.
Allora la vedova si celò il viso fra le mani.
- Com'è possibile che Rosario Testa, giovane, marito di una bella donna, gli desse ragione d'essere geloso... per voi?
- Com'è vero Dio, questa è la verità, - rispose la Malerba.
- Va bene, continuate.
- Avevo conosciuto quel poveretto... il morto, prima di quest'altro cristiano, molto tempo prima, prima ancora che si maritasse. Allora mi chiamavano la Mora dei Canali, Rosario Testa faceva il fruttaiuolo, lì alla Peschiera. Era un libertino, buon'anima. Le lavandaie dei Canali, le serve che venivano a far la spesa, con quella sua galanteria di far regali, se le pigliava tutte. Ma per me specialmente ci aveva il debole, ché una volta alla festa dell'Ognina gli ruppero la testa per via di un marinaio ubriaco che mi voleva. Poi seppi che si maritava e mutava vita. Andò a stare a San Placido col suo banchetto. Né visto né salutato. Io mi misi con Malannata, sì, ch'erano i giorni del colèra.
Buon uomo anche lui, buono come il pane, e se lo levava di bocca, quel poco che guadagnava, per darlo a me. Ma geloso come il Gran Turco: «Dove sei stata? Cosa hai fatto?» E poi si picchiava la testa con un sasso, pentito delle botte che mi dava. Quell'annata del colèra, che tutti scappavano via e si moriva di fame davvero, egli voleva anche mettersi a beccamorto, per non farmi fare la mala vita, col castigo di Dio che si aveva addosso. Si lasciava morire di fame piuttosto che mangiare del mio guadagno. Sì, glielo dico in faccia, ora che l'avete a condannare, perché questa è la verità dinanzi a Dio. Mi diceva, poveretto: «No, non me ne importa. È che penso al come lo guadagni, questo pane, e non posso mandarlo giù». Ma io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa io ero. «Non importa», tornava a dire: «almeno non ci voglio pensare». Ma aveva i suoi capricci anche lui, come una donna, e certuni non me li voleva attorno. Allora diventava come un pazzo; si strappava i capelli e si rosicava le mani, perché non era più giovane. Quando mi vedeva insieme al doganiere del molo, che era un bell'uomo, colla montura lucida, mi diceva: «Vedi questo quattrino arrotato, che io tengo in tasca apposta? con questo ti taglierò la faccia, e dopo m'ammazzo io». E lo fece davvero. Io gli dissi: «Che serve? Ora che m'avete sfregiata nessuno mi vorrà, e non sarete più geloso» -.
S'interruppe, con un orribile sorriso di trionfo, guardando sfrontatamente in giro il presidente, i giurati, i carabinieri, cinghiati di bianco, incrociando sul petto il vecchio scialle, con un gesto vago.
In questo brano si respira quel clima di passaggio e di incertezza che caratterizzava la società instabile di Catania in quei primi anni del Regno d'Italia. Da un lato la giustizia dell'ordine costituito, con un presidente nervoso, un avvocato rampante e dalla dotta parlantina ammaliatrice, i giurati dal linguaggio incomprensibile e nelle loro toghe nere come un processo di becchini capaci di decidere della vita e della morte delle persone per proprio capriccio, silenziosi "carabinieri cinghiati di bianco" il cui ruolo sembra essere tanto marginale da denunciarne quasi l'inutilità. Da un altro lato la giustizia divina, il fato, che riserva agli uomini con un capriccio ben più insindacabile il castigo assegnato, una giustizia a cui l'umanità si rassegna. Infine, la giustizia sanguigna, popolare, le leggi non scritte che da sempre regolano gli equilibri sociali. Il fatto di onore si risolve nella violenza: nel duello, nelle botte, nello sfregio alla guancia della teste. Un processo rimane il maggiore brano capace di mettere a nudo e confrontare questi tre modi di intendere la giustizia nella prosa di Verga.
Emerge uno dei personaggi femminili verghiani in tutta la sua prorompente personalità: fiera, combattiva, capace di ammutolire una intera platea con la sua pungente parlantina. Una donna del popolo con le radici ben piantate nel suo quartiere. E il quartiere è la Marina, che partecipa quasi come un ulteriore protagonista, silente e osservatore.
Ed è alla Marina che avviene l'omicidio, tra le righe, avvenuto in duello. I duelli della Marina si svolgevano sotto l'avvulu rossu (albero grosso), un grande platano ancora esistente, situato ad angolo con il bastione dell'Arcivescovato, chiamato un tempo Muro di Sant'Agata, presso la cala che fu il Porto Saraceno.
La "Mora dei Canali" è il nome con cui era nota la donna ai tempi in cui frequentava la vittima. I Canali cui si riferisce era la zona compresa tra le piazze Alonzo di Benedetto e Currò, lungo la via di Pardo. In questa zona si inaugurava nel 1621 la monumentale Fontana dei 36 Canali, demolita a seguito dell'eruzione del 1669, la quale colata lavica, giunta quasi a ridosso, la rese una pericolosa via di accesso per entrare in città dal mare. Da questa opera idraulica prendeva il nome l'odierna Porta di Carlo V, ancora ai tempi dello scrittore verista chiamata dei Canali, appunto. La fontana si apriva su quel tratto di mura in cui oggi è addossata la famosa - e storica - trattoria.

La "Mora" conobbe  Rosario Testa, la vittima, alla Pescheria, al tempo limitata alla sola galleria sita al di sotto del Seminario dei Chierici e scavata nel 1856 nel terrapieno delle antiche mura di città.
Le "lavandaie dei Canali" fanno riferimento ad un antico lavatoio non più esistente, ma che ai tempi del racconto era frequentatissimo e brulicante di vita. La struttura si trovava a ridosso del Giardino Pacini, dove inizia la strada chiamata, per l'appunto, via Lavandaie. Nello stesso passo - esuliamo un po' dall'analisi - si parla della "festa dell'Ognina": è chiaramente la festa della Natività di Maria (8 settembre), detta popolarmente 'a Bammina.
Testa si trasferì dopo il matrimonio "a San Placido", dal lato opposto del Muro di Sant'Agata, spostando il banco della frutta dai Canali all'altra porta civica, la Porta de Vega. Qui era un altro mercato di cui oggi non resta alcuna traccia; celebre era per esempio la macellaia tediata dall'estroso Domenico Tempio, proprietario di un cane che ha ormai del leggendario. Conclude il passo un riferimento cronologico fondamentale: il colera. Il colera giunge in Sicilia nel 1837 attraverso Messina, dove giunse una nave appestata del Nord Italia. Appena due anni prima moriva Vincenzo Bellini a poca distanza dal centro di Parigi, chiuso in una stanza senza acqua cibo o cure perché ritenuto infetto (in Francia il focolaio si accese nel 1832). Catania subì la pandemia soprattutto nei quartieri a stretto contatto con il Porto, ma in generale tutti i quartieri popolari, caratterizzati da condizioni igieniche quasi inesistenti, furono colpiti. Appare dunque evidente che Malerba parli del '37.
La donna chiude infine la testimonianza con la storia dello sfregio, causata durante uno sfogo di gelosia del Malannata a seguito della tresca con il "doganiere del molo". Ancora una volta è il racconto Il segno d'amore a fornire un nome al personaggio, Vanni Mendola. Il molo inteso dove egli lavorava è quello di Levante, iniziato poco prima del 1637 e ampliato notevolmente intorno al 1860, modificando fortemente l'aspetto della costa alla Marina.
In fase di ampliamento del molo, infatti, venne spianata la scogliera fino quasi al Piano della Statua (oggi piazza dei Martiri).

In questa opera di sbancamento si demolì l'antica chiesa del Santissimo Salvatore, esistente nel XVI secolo e uscita indenne dal terremoto del 1693, nonché alle violente mareggiate succedutesi nei secoli. Il tempietto era costituito da due corpi di fabbrica, uno più antico in forma cilindrica, decorato da lesene e coperto da una cupola con lanternino, l'altro di fattura rinascimentale con un bel portale frontonato e rosoncino, la quale facciata era stretta sul lato nord da un campanile di sapore tardo-gotico o proto-rinascimentale, chiuso all'apice da una breve merlatura guelfa. Ed è bellissima la descrizione che Verga ci offre di questa deliziosa chiesetta, resa ancora più affascinante dalle storie di fantasmi che inquietano il racconto breve La festa dei morti, anch'esso facente parte della raccolta del 1887.
... laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c'era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s'accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell'azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell'abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.
Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti - nell'ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti - un prete sepolto da cent'anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò «la Camera del Prete». Dal largo, verso Agnone, i naviganti s'additavano l'illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.
Questa macabra immagine si colora di sfumature sempre più cupe nel riportare la leggenda di un poveretto che, esplorando i fondali per entrare nella «Camera del Prete» venne trascinato per sempre nella tomba a far compagnia a chi già l'abitava.
La chiesa del Salvatore venne distrutta, riporta in una piccola nota il Rasà Napoli, negli anni intorno al 1860, e parte dei beni ivi racchiusi vennero condotti nella cappelletta di Sant'Agata alla Marina detta anche Santa Maria di Portosalvo, che per pietà venne ribattezzata cappella del Salvatore. Quest'ultima, ancora esistente, si trova lungo via Dusmet, sebbene dimenticata dalla vita che scorre sotto il piccolo campanile decorato col busto del Salvator Mundi. Giovanni Verga racconta con dovizia di particolari il momento della sua demolizione, con il suo consueto piglio sarcastico e con l'occhio attento a descrivere la semplicità e la bassezza del popolino, soggetto preferito dalla sua impietosa penna.
Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l'argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l'enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall'incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell'argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete».
Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.
Nota: le foto d'epoca e le illustrazioni sono tratte dalla splendida pagina facebook "Catania Sparita", più specificamente dall'album Marina - Via Cardinale Dusmet.
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